Deratizzazione in corso

Non rimuovere le esche

14/04/2008

                                 Pro-knife

 

Le lenzuola tese sul suo grande stomaco si arricciavano dolcemente sui fianchi, disegnando quella che a prima vista sarebbe sembrata un’immensa balena bianca addormentata tra i flutti. “Aborto, no grazie”  si ripeteva stringendosi al piccolo cuscino, cercando conforto ora da un capo del letto ora dall’altro, “Aborto no grazie. E poi la mia grande trovata: per essere liberi di scegliere!” La libertà di scelta già c’era, infatti l’aborto non era un obbligo, ma affermando il contrario si poteva giungere a persuadere che quella libertà era una costrizione e che l’impossibilità di scelta sarebbe stata una libertà. “Sono un genio” pensava accarezzandosi la lunga barba quasi bianca, sicuramente uno spreco intellettuale per quelle miserabili donnette di cui si sarebbe presto occupato turlupinando il loro futuro.

Il pensiero ripercorreva orgoglioso la sua ultima fatica, il fantasmagorico nome-patacca della lista: Pro-life, e ogni volta che cercava  di pronunciarlo l’aria che gli usciva dai denti larghi componeva l’ambiguo suono pro-knife. Ma  come evitare questa pericolosa e imbarazzante collisione, o meglio collusione? Come sempre, facendo finta di nulla. D’altronde si era già mirabilmente affannato a cercare un tema efficace ed inconsistente che potesse essere frainteso, dovendo evitare quelli di tendenza già troppo abusati come il precario affranto, il pensionato sull’orlo del suicidio, e i milioni di italiani che non arrivando a fine mese  lavorano dodici ore al giorno, di cui quattro in nero. Ottima carne da macello ma troppo ingombrante. Dopo tutto se altri avevano proposto il partito dei Grilli parlanti, Alba nuova, Altra Italia, Giovani poeti d’azione, Sogno italiano, Movimento nazionale delfino, No monnezza, Non remare contro, Zarlenga omnia, Casinò centro Italia, Casta contro, Forza democratica paladini d’Italia, Liberi e forti, e Italia popolare di Antonio di Dio, poteva starci anche il suo Aborto, no grazie.

Certo il partito degli Impotenti esistenziali Dr.Cirillo era un’idea fantastica alla quale, purtroppo, lui non aveva pensato immediatamente, rimozione avrebbero detto i malevoli e i perfidi. Ma oramai era troppo tardi per i ripensamenti, e poi era tempo che un uomo come lui si incaricasse della missione salvifica di insegnare a tutte quelle zoccole presuntuose, che si definiscono donne, come si fa ad essere una vera femmina. “D’ora in poi tutte le bambine saranno cresciute ed educate esclusivamente con Barbie Cenerentola, Cicciobello, e le cucine giocattolo, si concede anche un set da cucito per il tempo libero. Altro che l’utero è mio e me lo gestisco io, è finita la pacchia! ” disse ad alta voce mentre si accarezzava compiaciuto il suo enorme ventre e annuendo sottilmente ringraziava il cielo di non essere donna. Poi si voltò di scatto rotolando su un fianco, sorrise al pensiero della sua vittoria grazie ai voti dei preti, delle beghine e delle suore, devoti fratelli di cordata, non riuscendo così a trattenere il ghigno che gli deformava la bocca.

Ora era finalmente lieto e tranquillo, aveva trovato una lodevole missione da compiere, salvare il genere umano maschile e quello potenziale, facendo credere di essere a favore delle donne. Ora  poteva prendere sonno, e  il suo corpo  immenso di balena si adagiò serenamente tra i flutti del lenzuolo bianco. Un’ombra oscurò il muro e all’improvviso, dal fondo della stanza, si sollevò furente un uomo senza una gamba: “Balena dannata! Maledizione!” urlò con voce disumana, “Mi senti, mi senti? Sono Achab, finalmente!” E mentre il nostro uomo, sorpreso da quella strana presenza, da sotto il lenzuolo stava per pronunciare “Desidera?” Achab impugnò l’arpione e lo scagliò con violenza sul quel corpo bianco, accompagnandolo con un’imprecazione spaventosa.

Un fiotto di sangue caldo sprizzò incandescente da quell’enorme schiena ferita, come un soffio di cetaceo che guarda al cielo prima di inabissarsi, a riva un’onda rossa accarezzava il dorso di una balena bianca addormentata.

 

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sacco saccheggio

28/11/2006

Uno per due

 

 

 

Se siamo noi gli occhi che guardano, le mani che stringono,

le labbra che baciano,

l’altro chi è?

Chiunque, nessuno?

Se non siamo noi gli occhi che guardano, le mani che stringono,

le labbra che baciano

allora l’altro è uno o nessuno.

E se l’altro è uno, lo è per due.

 

 

 

 

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ricognizioni

17/11/2006

Piacere

 

 

 

Un grumo di sangue

fiorisce sotto un’unghia

Con le mani sento

la fibra aspra e compatta

che mordo coi denti

Bianco come il seme

un osso

provo a stringerlo

a sorbirne il succo

Il sole brucia il mio alito trasparente

Un morso

strappo un pezzo di carne

un altro morso

alghe e sale

Colline di luce sulla spiaggia

le orme di un cane

passeggiano fra i sassi.

 

Il tuo collo si spezza

una goccia di sangue orna

il rubino rosso dei miei piccoli denti

E tu amore mio

cadi sul piatto.           

 

 

 

 

 

 

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galleggiamenti

08/11/2006

Scintille

 

 

 

Che cosa

negli occhi tuoi

quella luce

Scintille

e dita d’argento

mi sfiorano liquide

l’orizzonte dell’iride.

 

 

 

 

 

Il ricordo di un bagliore in un’osteria romana, nel dialogo serrato di parole festose, una carezza nel vapore di due piatti di pasta

 

 

 

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galleggiamenti

28/10/2006

E gli ultimi saranno i primi

 

 

 

Secondo gli ultimi studi il maschio che si accoppia per ultimo ha una probabilità maggiore, di quelli che lo hanno preceduto, di essere il padre della prole. Lo dimostra una ricerca effettuata in prevalenza su svariate specie di insetti e condotta da biologi dell’Università di Exeter , pubblicata sull’ultimo numero del Journal of Experimental Biology. Gli interessanti risultati varrebbero anche per altre specie promiscue come

– fra i mammiferi – molti roditori e primati.
La ragione di questo risiederebbe nel fatto che il percorso che gli spermatozoi devono compiere avviene in un ambiente estremamente ostile, caratterizzato da un pH acido, e dalla presenza di cellule del sistema immunitario della femmina che distruggono gli spermatozoi: nei mammiferi meno dello 0,001 per cento di essi arriva in prossimità del proprio bersaglio. Il fluido seminale ha in effetti la capacità di mitigare questo ambiente inospitale, ma a prezzo di perdite immani; per questo, secondo i ricercatori, gli spermatozoi del secondo venuto riescono a giungere a destinazione in maggior numero e con minore dispendio energetico. Il vantaggio sarebbe inoltre tanto maggiore quanto minore è il tempo che intercorre fra i due accoppiamenti.
Gli studiosi si esprimono definendo questa una singolare forma di parassitismo di un maschio rispetto ad un altro maschio. (da Le Scienze)

 

Ne deriva che i vituperati rapporti promiscui dichiarati come orge, se coinvolgono alcune persone contemporaneamente e nello stesso momento, in realtà rappresenterebbero una naturale forma di fecondazione assistita, impreziosita da un benefico sollazzo per i convenuti. 

La scienza benedice... e la Chiesa paladina dei rapporti naturali?

 

 

Tutto questo per dire che a Genova, fino al 7 novembre, ha luogo il Festival della Scienza

                                                                              

 

 

 

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amen

13/10/2006

Jean Michel Basquiat

 

 

 

“Già da quando avevo 17 anni ero convinto che sarei diventato famoso. Pensavo a tutti i miei miti: Charlie Parker, Jimi Hendrix...Avevo una curiosità romantica di sapere come la gente ce l’aveva fatta”

 

Erano gli anni Ottanta e queste parole le pronunciava Basquiat, definito come  il “Picasso nero”, il pittore prodigio della New York bene, che all’età di 28 anni morì per overdose.

“Morto come Vincent Van Gogh, come Pollock”, la critica e soprattutto i mercanti, i galleristi, i collezionisti e tutta la catena di affari legata al fenomeno arte-investimento non ha lesinato paragoni, ascendenze, fino a farne un mito, pur di avvalorare un talento nascente che avrebbe necessitato di tempo per trovare eventuali conferme.

Di pelle nera, scappato da casa giovanissimo, Basquiat aveva in sé il desiderio di riscatto e la voglia di arrivare al successo, la stessa che incarna il mito americano.

“Nella New York degli anni Ottanta Basquiat e Haring rappresentano il rifiuto del sistema e il ritorno ad una matrice infantile”, così scrive il Corriere della Sera,  in una pagina dedicata al pittore, dando una involontaria misura di cosa si vuole intendere oggi per “rifiuto del sistema”, il fatto, ad esempio, che Basquiat oramai famoso indossasse Armani, e non si curasse di cambiare l’abito imbrattandolo di vernice.

 

Picasso, Dubuffet, De Kooning, Twombly questi sono gli autori che si sono voluti trovare nelle forme di Basquiat, in quel gesto pittorico definito come primitivo, selvaggio, che in realtà non nascondeva il fatto non avere nessuna preparazione, ma che certo mostrava comunque capacità.

“Sono davvero invidioso. E’ più veloce di me” con queste parole Warhol, diventato poi suo amico, commenta lo stile di Basquiat mettendo a fuoco una delle esigenze del mercato artistico di oggi: produrre velocemente per poi essere velocemente venduti.

Le sue opere venivano spesso smerciate non ancora terminate, e il guadagno, che si moltiplicava passando di mano in mano, non giungeva a lui se non in piccola parte.

Erano anni in cui il mercato dell’arte era in piena ascesa e anche l’arte contemporanea era diventata una forma di investimento, come titoli ed azioni, e in questo lucroso affare furono proprio alcuni galleristi gli abili creatori di nuovi “fenomeni nascenti”.

Nel 1988 Basquiat morì di overdose, pagando di persona il prezzo di un sistema economico che produce velocemente celebrità e così consuma.

 

Chrysler è l’azienda automobilistica che sponsorizza questa mostra, ancora in corso presso la Triennale di Milano.  Lungo il percorso in cui sono esposti i quadri, sono evidenti i manifesti pubblicitari in cui l’azienda magnifica anche la propria creatività definita “mai scontata”, non esitando a paragonare il suo  “stile non convenzionale” a quello del pittore in oggetto.

Una stretta allo stomaco e nell’elegante colore nero di quei cartelloni il macabro pranzo di avvoltoi... anche la pelle dei morti ha un suo mercato, non convenzionale.

 

 

 

 

The Jean-Michel Basquiat Show

 

 

Fino al 28 gennaio 2007

 

Presso la Triennale di Milano

 

Viale Alemagna  6

 

 

 

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m arte

25/09/2006

La  Coca…cola 

 

 

 

Avevo trattato precedentemente della grave situazione  di intimidazione, persecuzione  e sfruttamento, denunciata dal sindacato colombiano, all’interno dell’impresa Coca-Cola ed ora finalmente una notizia che merita di essere diffusa:

 

“Coca-Cola costretta alla trattativa con SINALTRAINAL per fermare il boicottaggio”.

 

Il boicottaggio, organizzato in termini internazionali, dei prodotti a firma Coca-Cola, dopo tre anni e due mesi, finalmente, ha prodotto come risultato un accordo preliminare tra il sindacato colombiano dei lavoratori delle industrie alimentari (SINALTRAINAL) e la multinazionale.

Non solo si richiedono diritti per i lavoratori della Coca-Cola in Colombia ma anche per quelli delle altre sedi dislocate in tutto il mondo; inoltre si sollecitano risarcimenti per i sindacalisti ed i familiari che hanno subito violazioni dei diritti umani e sindacali, e in ultimo si domanda un accordo per il rispetto dei diritti sindacali all’interno del Coca-Cola System.

 

Ecco come la solidarietà internazionale, tra lavoratori e consumatori critici, può riuscire ad imporre condizioni diverse, modificando rapporti di forza, per ottenere diritti che dovrebbero essere di tutti; ecco come un movimento che abbraccia persone dislocate ovunque raggiunge un risultato impensabile, utilizzando il sistema della sensibilizzazione e della scelta di essere partecipi in prima persona.

 

La REBOC (Rete Italiana Boicottaggio Coca-Cola) comunica che il boicottaggio finirà quando si raggiungerà un accordo soddisfacente,  siamo tutti in attesa…

 

 

 

 

 

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mim etica

11/09/2006

L’altro caffè

 

 

 

Dalla rivista “Altroconsumo” (informazione indipendente per i consumatori) traggo alcuni dati che riguardano la produzione e la vendita del caffè.

Il giro d’affari mondiale nel 2004 è stato di 9 miliardi di dollari all’anno;        60 milioni è il numero di persone che ricavano da questo tutto o parte del loro reddito; il 75% del caffè prodotto è esportato, il 25% è consumato sul posto; escluso il petrolio e le droghe illegali, il caffè è la materia prima di maggior valore, tra quelle che provengono dai Paesi in via di sviluppo, prodotta ancora in piccole coltivazioni a gestione familiare; sono 5 le grandi aziende che controllano il 40% delle importazioni mondiali; sono 10 le aziende di torrefazione che si spartiscono fino al 65% dell’intero mercato mondiale; il 6% del prezzo di un pacchetto di caffè, acquistato in negozio o al supermercato, è la percentuale che arriva in mano ai coltivatori.

 

Le fasi di coltivazione e commercializzazione del caffè comportano una serie di problemi per l’ambiente e le persone, come l’uso di pesticidi e fertilizzanti, insieme a condizioni di lavoro inaccettabili. Le inosservanze più gravi riguardano il lavoro nero, con mediatori che pagano a cottimo; i lavoratori stagionali, alloggiati in condizioni abitative proibitive; le discriminazioni tra uomini e donne (e bambini); il salario minimo non rispettato, senza garanzia di sussistenza; nessun tipo di protezione né informazione per i lavoratori, circa i rischi che derivano dall’uso di pesticidi e fertilizzanti; il lavoro minorile diffuso;l’incertezza economica dovuta a contratti di acquisto a breve termine.

 

Dall’inchiesta svolta dall’associazione dei consumatori risulta che solo le linee “etiche”, istituite dalle grandi aziende a fini di immagine, applicano standard ambientali e sociali, ma questo avviene solo per una parte limitatissima della loro produzione, che per il resto continua a seguire i vecchi sistemi. Occorrerebbe perciò incrementare il settore di mercato “etico” sia pure istituito per motivi di marketing

Si evidenzia, in alternativa, la presenza di Altromercato come unica organizzazione di commercio equo e solidale, capace di garantire le condizioni migliori per i lavoratori e per l’ambiente, in ogni fase di produzione e commercializzazione del caffè. Non solo è del 25% la percentuale del prezzo del pacchetto che riceve il coltivatore, ma si agevolano i produttori con contratti di acquisto di lunga durata, accesso al credito e si promuove informazione ed assistenza tecnica.

 

Ecco come un gesto così semplice, l’acquisto di un pacchetto di caffè, può trasformarsi in una leva capace di modificare alcuni rapporti di forza, e per cui fare finta di non sapere diventa sempre più gravoso. Non è insignificante l’apporto meditato di ognuno, così com’è importante fare scelte consapevoli in ogni ambito; questo è ciò che si richiede oggi per un futuro diverso, affinché si possa dire davvero che domani sarà un altro giorno.

 

 

 

 

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sacco saccheggio

28/08/2006

Concettuale

 

 

 

-Mi ami?

-Se un ipercinetico istopatologo in marmo nudo

 si inerpicasse su un paraspigolo imbarbarito

 poi ne sarebbe imbarazzato?

-Ti ho chiesto se mi ami

-Se si raccogliesse un metro cubo di aria cubica

 poi il marcatempo misantropico

 segnerebbe una miscela di minuti meditati?

-Mi domandavo se tu mi amassi

-Se la nicotinica muffola misteriosofica

 si pizzicasse ad un pollice dimentico

 poi il fervente osservante si offenderebbe?

-Ma mi ami o no?

-Se si imbevesse fino al rammarico

 una giuggiola rarefatta

 poi la fisiognomica di una crostata rosicata

 ne risentirebbe?

-Insomma mi ami o non mi ami?

-Se per un’ insidiosa inesistenza gutturale

 il copiafattura si disimpiegasse

 poi l’organigramma di uno sciopero selvaggio

 ne sarebbe ridimensionato?

-Allora non te la do!

-Dicevi...?

 

 

 

 

 

Che l’amore possa essere un’orgiastica piroetta  o il bon bon carsico di un combaciamento opalescente  ciò che importa, alla fine, è la maccheronica digestione di una fuocosa matriciana fuori pasto.

 

 

 

 

 

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fenomenologia amorosa

21/08/2006

Pasquinate 

 

 

 

Li condonicchi

 

Ne l’Itaja li peccati

se principia dar pallone

poi so’ tutti scancellati

voi vedé che Cesarone

t’aritorna “Nun me pento!”

a parlà ner Parlamento?

 

 

 

L’indurtaccio

 

S’era sortanto pe li poveracci,

nun se parlava propio de condoni,

epperò ce so’ stati l’affaracci

de li più zozzi tra que li padroni

che vonno comprà tutti, disgrazziati

co que li fonni neri, l’avocati...

 

Er Papa, ‘nde le Cammere riunite,

je disse de svotà que le priggioni,

ma mò que le parole sò servite

a trattacce davero da fresconi

pe via che più lo studi, più st’indurto

lo vedi sempre più com’a  ‘n inzurto

 

 

                                          Pasquinotto 

 

 

 

 

Vicino a piazza Navona c’è Pasquino, la celebre statua parlante di Roma, sul suo basamento ancora oggi si attaccano fogli  scritti a mano o a macchina con parole di protesta, una satira pungente contro ogni forma di potere.

 

Ma Roma di notte non è fatta per le parole, che se dette velano quelle mani desiderate, di travertino lungo il Tevere fermo.

Tra le dita l’onda calda di un respiro scheggiato.     

 

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ricognizioni

12/08/2006

Roma

 

 

 

Di Roma ricordo le strade del centro attraverso il finestrino di un taxi, di fretta perché a Roma ci passavo per non restare, e poi il cielo, dalla finestra dello studio di mio zio, che abita a Roma ma fuori. Zio tu hai sempre detto che Genova non l’avresti mai lasciata, nemmeno per Parigi o per Albenga, ed ora è tanto tempo che vivi qui, anche se sembri sempre sul punto di partire, zio ammettilo, non scrollare la testa, non cambiare discorso, quando vieni al mare e ai tuoi vicoli, quasi tu volessi prendere le misure di un tuo ritorno, poi rimandi a un altro giorno, uno che non sai. E lui curvo si affaccia su Roma e tace.

Roma nelle vocali ampie degli amici romani, dai vieni, vieni tu qui, perché per loro tutto il resto è periferia e il Tevere è anche il Rio delle Amazzoni e l’isola Tiberina è l’isola di Cocos.

Roma nei piedi bianchi e nudi di mio padre, coricato sul letto di un reparto di cardiologia e quel lenzuolo che lo copriva fino al volto, oltre i capelli neri e forti; il riflesso del suo corpo nella vetrata di una stanza vuota.

Da allora a Roma non sono più tornata, ma domenica quando arriverò alla stazione Termini salirò su un taxi e attraverso il finestrino ricorderò le strade del centro, di fretta perché a Roma ci passerò per restare.

 

 

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ricognizioni

07/08/2006

Fino a quando?

 

 

 

Sono settimane che gli Stati Uniti ed i suoi alleati promettono “sforzi diplomatici” per giungere ad un accordo tra Israele e Libano.

Si annunciano “bozze di risoluzioni” e Condoleeza, con il suo cipiglio, pensa di essere credibile quando si fa portavoce di una volontà di pacificazione nelle proposte ONU, giudicate inaccettabili da parte libanese. Ma la guerra è già scoppiata e la sensazione è che non si voglia davvero fermarla.

“Ancora due giorni” si dice all’opinione pubblica, ai telespettatori estivi di questa ennesima strage di civili in diretta. Due giorni che diventano settimane di ipocrisia, con l’intento di assecondare il desiderio di tranquillità dei teleutenti occidentali, mentre il Medio Oriente si accende e si predispone il consenso dell’Occidente per un’altra guerra, molto più vasta, la guerra alla Palestina, alla Siria e all’Iran.

Il progetto di un “nuovo Medio Oriente” di cui parla Bush comincia a profilarsi e le giustificazioni per dare l’avvio a questa sanguinosa avventura si stanno preparando in queste settimane.

E intanto si fanno affari, da un’agenzia Bloomberg: “Il greggio è stato scambiato a più di 75 dollari al barile a New York mentre i combattimenti tra gli israeliani e gli Hezbollah appoggiati dall’Iran continuano da 14 giorni… il prezzo del petrolio è salito il mese scorso a causa del timore che gli approvvigionamenti dall’Iran, il quarto produttore al mondo, potrebbero essere compromessi dalla sua controversia con le Nazioni Unite a proposito dell’arricchimento dell’uranio… [E, come afferma un agente di borsa] ‘Nonostante tutto ritengo che 85 dollari entro l’estate sia un evento plausibile. Sono davvero sorpreso di non aver ancora assistito ad un uragano’”.

Fino a quando l’Europa farà finta di non sapere che si sta cercando un suo coinvolgimento e non a fini di pace? Fino a quanto mostrerà vera autonomia?

Dipende anche da noi.

 

 

 

 

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sacco saccheggio

26/07/2006

Tempo moderno

 

 

 

E’ difficile in un momento come questo scrivere con tranquillità di una mostra d’arte; ancora guerra, ancora morte, ancora dolore, ed una forma artistica, a cui ci si dedica o che si esibisce, sembra appartenere ad un momento di svago, una parola muta che non ha senso.

In queste occasioni, in cui la realtà esige da parte di tutti un impegno morale per un futuro diverso, si ripropone il problema della posizione di chi fa arte: Matisse o Picasso?

Una ricerca estetica al di là della contingenza, per un tempo senza tempo, o nella storia, nell’oggi, nella rappresentazione di un corpo dilaniato?

 

“Tempo Moderno. Da Van Gogh a Warhol. Lavoro, macchine e automazione nelle Arti del Novecento”  è il titolo di una mostra, ancora in corso a Genova, per la cui qualità vale la pena nominare il curatore: Germano Celant e i collaboratori: Anna Costantini e Peppino Ortoleva.

L’esposizione, che ha luogo nelle sale di Palazzo Ducale, non soltanto sviluppa il tema cruciale del lavoro presentando opere appartenenti a diverse epoche, ma nell’affrontare questo argomento si propone attraverso un’impostazione particolare, una lettura per nuclei tematici. Questa interpretazione, che si svolge mediante una comparazione tra opere appartenenti alla tradizione storica e quelle legate alla contemporaneità, mostra del tempo un andamento non lineare, non cronologico, in cui passato e presente sussistono e le coordinate temporali del disagio, della fatica, della povertà diventano coordinate spaziali, luoghi diversi dove si ripresentano, oggi come ieri, gli stessi problemi. Si tratta di una scelta politica precisa che non soltanto svolge un tema interpretandolo, ma che proprio dall’accostamento di opere, appartenenti a modi e tempi diversi, priva alcune di esse di quell’aura che le stesse avrebbero in un altro contesto.

“Abbasso l’arte come rattoppo colorato sull’esistenza insulsa dei benestanti. E’ tempo che l’arte confluisca in maniera organizzata nella vita. Abbasso l’arte come fuga da una vita indegna di essere vissuta” (Aleksandr  Rodčenko, Mosca, anni venti).

 

Per il tema del lavoro contadino, Vincent Van Gogh, 1885,  con il quadro “Coppia al lavoro nei campi” viene mostrato a fianco di Walker Evans, 1936, con le fotografie che documentano lo squallore e la povertà delle famiglie di contadini nel Midwest americano. E poi Natalia Gončarova, 1907, con due quadri che testimoniano una visione idilliaca del lavoro dei campi, e a fianco uno schermo dove scorre un film del cinema italiano Neorealista degli anni Cinquanta: Riso amaro. Poco distante una video-installazione  di Tony Oursler, 1994, in cui un manichino riceve il volto da una proiezione video, ed un sonoro manifesta le affermazioni del test MMPI usato in psichiatria per diagnosticare disagi psichici.

Con la stessa logica si affrontano i temi dell’urbanizzazione, dei lavoratori e delle lotte di operai e studenti, dello sfruttamento dei bambini, dei diversi mestieri, dell’automazione, e del lavoro del presente e della sua smaterializzazione.

Il lavoro di ieri ed il capitalismo della globalizzazione, il quadro di oggi che non è opera ma somma di inquietudini contemporanee che esprimono esasperata concorrenza per la qualità, insieme a precarietà, incertezza, flessibilità, frammentazione e perdita di potere conflittuale e contrattuale. Differenze rispetto ai problemi di un tempo, che ora riguardano altri luoghi dove si esporta ciò che qui non si esegue più, e la constatazione dell’inconsistenza di quella tesi che nello sviluppo tecnologico lasciava prevedere una liberazione progressiva di tutti gli uomini da un’occupazione così pressante per la propria sopravvivenza.

 

L’ultima opera che conclude il percorso espositivo è l’installazione video di Pavel Mrkus, 2001, in cui un robot PW20/LW, utilizzato per la verniciatura della carrozzeria delle auto, si muove al ritmo del canto di tradizionali sutra buddisti.  Questa scelta di un finale emozionante sembra dare apertura ad un futuro auspicabile, quasi salvifico, invitando per un attimo ad una lettura del tempo interpretabile come rettilineo-finalistico. Ma è solo un’apparenza che ambiguamente si lega ad un’altra opera di inizio mostra, Nam June Paik, 1985, con il corpo del baby-robot composto da tredici monitor che proiettano immagini televisive montate a loop, dove si rivela un’umanità che accetta passivamente e quasi giocosamente una tecnologia che invade.

Il tempo quindi appare essere concepito come circolare e non più rettilineo, infine né l’uno né l’altro.

 

 

 

Tempo Moderno

 

 

Fino al 30 luglio

 

Palazzo Ducale

 

Piazza Matteotti 9

 

Genova

 

 

 

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m arte

10/07/2006

Simona

 

 

 

Era già lì che mi aspettava, vestita di bianco con la sigaretta in bocca e gli occhi che cercavano.

Ciao Simona.

Sono in ritardo come sempre, da quando uso lo scooter per fare prima l’ultimo minuto è quello che non raggiungo mai.

Come stai.

Lei è seduta al tavolo del nostro bar, quello sull’Aurelia poco prima di Nervi, mi avvicino e le sfioro la spalla.

Dimmi di te.

Qualche giorno fa mi aveva chiamato dicendomi che voleva parlarmi, era confusa e aveva chiuso la telefonata con quell’appuntamento.

-Come stai?- mi chiede con la sigaretta spenta in mano.

-Dimmi di te- mi domanda poi sospirando mentre ne cerca un’altra nella borsa.

 Pronuncio qualche frase mi interrompe.

-Devo parlarti- si accende un’altra sigaretta.

Ordiniamo due aperitivi  e poi lei si avvicina con la sedia.

-Lo sai quella sera.

-Sì mi ricordo.

-Ho incontrato una persona- il suo polso un po’ trema, il fumo della sigaretta sembra fremere per poi dissolversi in larghe onde.

-Qualcuno a cui non avrei mai pensato prima.

Dal piatto della focaccia ne sollevo un pezzo con lo stecchino e dall’altra parte infilzo un’oliva.

-So che sto sbagliando- mi dice posando il suo sguardo nel mio, e poi lontano.

Era quell’ago di legno ad unirli, quella semplice scheggia appuntita che si conficcava nel loro corpo.

-Dario non lo sa...- aggiunge lei abbassando gli occhi sulla borsa, e cerca nuovamente qualcosa a giustificare quel pudore.

Ma tu come stai.

Chi sarebbe diventato il sapore dell’altro, chi sarebbe finito in pezzi.

-Ma tu come stai?- mi chiede guardando la strada con la sigaretta spenta tra le dita.

Le mani unte di  focaccia allungo le dita sul tavolo, e poi le sposto a tracciare un sentiero che mi unisce a lei. Vicino al suo bicchiere lascio cadere il mazzo di chiavi di casa di mia.

-Se hai bisogno, vieni. 

Si morde appena un labbro e mi indica l’ultima oliva e il pezzo di focaccia.

Li strappo dalla loro cicatrice lasciando allo stecchino la fòrmica unta di un cielo stellato di impronte.

 

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ricognizioni

03/07/2006

Indifferente

 

 

-Ti amerei

-Ah

-Ti vedrei

-Ah

-Ti vorrei

-Ah

-Se tu insistessi

-Ah

-E insisti…

-Ah…

-E insisti

-Ah

-E insisti!

-Ah!

-E insistiiiiii!

-Ahiaaaaaa!

-Ooooooooh!

 

 

 

Nell’indifferente l’insistenza è la prima a non sortire, l’inesistenza è l’ultima a non morire

 

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fenomenologia amorosa

27/06/2006

Gino Covili

 

Mentre l’Italia ufficiale è dominata da calciopoli, quando la Nazionale perde o pareggia, da savoiopoli, con tanto di principe indagato per associazione a delinquere, e dall’esito del referendum, con gli infiniti commenti; in una piega di questa realtà, a Modena, ha luogo ancora per pochi giorni la bellissima mostra “Covili gli occhi della vita”.

 

“La meta che un pittore si pone è la conquista di qualcosa di prezioso, io ho trovato il mio linguaggio pittorico.”

 

Vento giallo di fiume giallo, un fiume in piena. Tra i sassi uomini, donne, i materassi sulla schiena, e poi cuscini, i bambini e le pentole, c’è chi urla e il vento ancora e l’acqua gialla, di terra ora nelle gole aperte dei tori vivi, che affondano. A riva i rami di ossa sono alberi dalle bocche spalancate.

Vestito di sacco un uomo punta i piedi, gli stivali enormi, stringe la corda al collo di una mucca che digrigna i denti, e poi un cavallo, dagli occhi rossi grandi e sporgenti, gli zoccoli irsuti e la lingua di sangue gonfia, a terra fino a spezzarsi i denti.

Laggiù nella corrente il tetto di una casa rotola. Su un ramo un gufo osserva.

L’alluvione, 1973, olio su tela, 200x380 cm

 

“Tutto è pronto nello studio per il lavoro cui mi accingo, c’è silenzio, c’è ordine. Anche se ho compiuto gli ottantacinque anni, la passione per la pittura non è diminuita. E come potrebbe essere diversamente? La prospettiva del lavoro è affascinante. Ci sono sempre temi da affrontare, figure da recuperare, aspetti da scoprire, problemi di forma e struttura e colore da affrontare e risolvere. Sono sfide alle quali non mi sottraggo. Questo vale per l’oggi e per il domani. Non posso concepire la mia vita senza il lavoro dell’arte. Ancora mi farò coinvolgere dalla mia passione (che qualcuno ha chiamato vocazione). Ancora mi lascerò trascinare in nuove avventure pittoriche. L’arte è la mia ragione di vita."

 

Un grande cavallo, bianco di luna, le narici tese il pelo irsuto, e sopra il cacciatore grande con la volpe in grembo, morta, le zampe legate e le unghie rigide, calde. E’ notte bluviola, di nubi e di rocce spinose, di cespugli come lingue umide e piene. Ma le ali aperte, un’immensa aquila blu si solleva, sulla schiena dell’uomo le piume gonfie di vento, di lato il collo ondeggia senza vita, in gola ancora l’ultimo grido.

L’ultimo eroe, 1995, tecnica mista su tela, 179x143 cm

 

 

Arrivo a Pavullo nel Frignano, il paese natale di Covili, a qualche chilometro da Modena, ho sete di menta ed entro nel bar della piazza.

La radio è sintonizzata su Radio Maria, a tutto volume.

-L’ho conosciuto sa il Covili.

I capelli che si allungano fino alla cima della testa calva, il barista mi racconta del pittore. Mi dice che Covili era stato il bidello della scuola del paese e che aveva fatto molti altri lavori, anche il barbiere e il pastaio. Dopo l’8 settembre era entrato a far parte delle brigate partigiane.

-Li ha visti i suoi quadri, li ha visti?- mi domanda con orgoglio anche se poi lascia filtrare una piccola invidia.

-Però lo hanno aiutato i suoi amici partigiani, c’era un critico tra loro che lo seguiva.- si illumina- Ma era bravo, sì molto bravo. Come Van Gogh.

All’improvviso mi chiede se conosco il Borlengo, gli rispondo che quel pittore non l'ho mai sentito nominare, lui ride e si avvicina con una cialda bianca in mano.

-E’ questo il Borlengo, lo assaggi…è una ricetta antica, sa.

Mangiamo il Borlengo insieme, lui mi racconta di Pavullo, di quanto è diversa quella dei quadri di Covili, e ridiamo di un suo amico modenese che si cura l’insonnia col Tavor nel San Giovese.

Sullo sfondo la nenia del Rosario e le quindici promesse della Madonna.       A tutto volume.

 

 

Gino Covili, nato a Pavullo nel 1918 è morto nello stesso paese nel 2005. Pittore erroneamente definito: naif, visionario, realista, espressionista, mostra uno stile molto personale, che sfugge ad una categoria precisa. Grandissimo disegnatore, raffigura il mondo contadino del passato filtrandolo attraverso una personale visione, che diventa poetica struggente di rara potenza espressiva. Da tempo è diventato oggetto di attenzione di critici e collezionisti, tanto da essere oggi celebrato come uno dei nostri più grandi artisti. 

 

 

 

Covili gli occhi della vita

 

Fino al 2 luglio 20