Non rimuovere le esche
Pro-knife
Le lenzuola tese sul suo grande stomaco si arricciavano dolcemente sui fianchi, disegnando quella che a prima vista sarebbe sembrata un’immensa balena bianca addormentata tra i flutti. “Aborto, no grazie” si ripeteva stringendosi al piccolo cuscino, cercando conforto ora da un capo del letto ora dall’altro, “Aborto no grazie. E poi la mia grande trovata: per essere liberi di scegliere!” La libertà di scelta già c’era, infatti l’aborto non era un obbligo, ma affermando il contrario si poteva giungere a persuadere che quella libertà era una costrizione e che l’impossibilità di scelta sarebbe stata una libertà. “Sono un genio” pensava accarezzandosi la lunga barba quasi bianca, sicuramente uno spreco intellettuale per quelle miserabili donnette di cui si sarebbe presto occupato turlupinando il loro futuro.
Il pensiero ripercorreva orgoglioso la sua ultima fatica, il fantasmagorico nome-patacca della lista: Pro-life, e ogni volta che cercava di pronunciarlo l’aria che gli usciva dai denti larghi componeva l’ambiguo suono pro-knife. Ma come evitare questa pericolosa e imbarazzante collisione, o meglio collusione? Come sempre, facendo finta di nulla. D’altronde si era già mirabilmente affannato a cercare un tema efficace ed inconsistente che potesse essere frainteso, dovendo evitare quelli di tendenza già troppo abusati come il precario affranto, il pensionato sull’orlo del suicidio, e i milioni di italiani che non arrivando a fine mese lavorano dodici ore al giorno, di cui quattro in nero. Ottima carne da macello ma troppo ingombrante. Dopo tutto se altri avevano proposto il partito dei Grilli parlanti, Alba nuova, Altra Italia, Giovani poeti d’azione, Sogno italiano, Movimento nazionale delfino, No monnezza, Non remare contro, Zarlenga omnia, Casinò centro Italia, Casta contro, Forza democratica paladini d’Italia, Liberi e forti, e Italia popolare di Antonio di Dio, poteva starci anche il suo Aborto, no grazie.
Certo il partito degli Impotenti esistenziali Dr.Cirillo era un’idea fantastica alla quale, purtroppo, lui non aveva pensato immediatamente, rimozione avrebbero detto i malevoli e i perfidi. Ma oramai era troppo tardi per i ripensamenti, e poi era tempo che un uomo come lui si incaricasse della missione salvifica di insegnare a tutte quelle zoccole presuntuose, che si definiscono donne, come si fa ad essere una vera femmina. “D’ora in poi tutte le bambine saranno cresciute ed educate esclusivamente con Barbie Cenerentola, Cicciobello, e le cucine giocattolo, si concede anche un set da cucito per il tempo libero. Altro che l’utero è mio e me lo gestisco io, è finita la pacchia! ” disse ad alta voce mentre si accarezzava compiaciuto il suo enorme ventre e annuendo sottilmente ringraziava il cielo di non essere donna. Poi si voltò di scatto rotolando su un fianco, sorrise al pensiero della sua vittoria grazie ai voti dei preti, delle beghine e delle suore, devoti fratelli di cordata, non riuscendo così a trattenere il ghigno che gli deformava la bocca.
Ora era finalmente lieto e tranquillo, aveva trovato una lodevole missione da compiere, salvare il genere umano maschile e quello potenziale, facendo credere di essere a favore delle donne. Ora poteva prendere sonno, e il suo corpo immenso di balena si adagiò serenamente tra i flutti del lenzuolo bianco. Un’ombra oscurò il muro e all’improvviso, dal fondo della stanza, si sollevò furente un uomo senza una gamba: “Balena dannata! Maledizione!” urlò con voce disumana, “Mi senti, mi senti? Sono Achab, finalmente!” E mentre il nostro uomo, sorpreso da quella strana presenza, da sotto il lenzuolo stava per pronunciare “Desidera?” Achab impugnò l’arpione e lo scagliò con violenza sul quel corpo bianco, accompagnandolo con un’imprecazione spaventosa.
Un fiotto di sangue caldo sprizzò incandescente da quell’enorme schiena ferita, come un soffio di cetaceo che guarda al cielo prima di inabissarsi, a riva un’onda rossa accarezzava il dorso di una balena bianca addormentata.
Uno per due
Se siamo noi gli occhi che guardano, le mani che stringono,
le labbra che baciano,
l’altro chi è?
Chiunque, nessuno?
Se non siamo noi gli occhi che guardano, le mani che stringono,
le labbra che baciano
allora l’altro è uno o nessuno.
E se l’altro è uno, lo è per due.
Piacere
Un grumo di sangue
fiorisce sotto un’unghia
Con le mani sento
la fibra aspra e compatta
che mordo coi denti
Bianco come il seme
un osso
provo a stringerlo
a sorbirne il succo
Il sole brucia il mio alito trasparente
Un morso
strappo un pezzo di carne
un altro morso
alghe e sale
Colline di luce sulla spiaggia
le orme di un cane
passeggiano fra i sassi.
Il tuo collo si spezza
una goccia di sangue orna
il rubino rosso dei miei piccoli denti
E tu amore mio
cadi sul piatto.
Scintille
Che cosa
negli occhi tuoi
quella luce
Scintille
e dita d’argento
mi sfiorano liquide
l’orizzonte dell’iride.
Il ricordo di un bagliore in un’osteria romana, nel dialogo serrato di parole festose, una carezza nel vapore di due piatti di pasta
E gli ultimi saranno i primi
Secondo gli ultimi studi il maschio che si accoppia per ultimo ha una probabilità maggiore, di quelli che lo hanno preceduto, di essere il padre della prole. Lo dimostra una ricerca effettuata in prevalenza su svariate specie di insetti e condotta da biologi dell’Università di Exeter , pubblicata sull’ultimo numero del Journal of Experimental Biology. Gli interessanti risultati varrebbero anche per altre specie promiscue come
– fra i mammiferi – molti roditori e primati.
La ragione di questo risiederebbe nel fatto che il percorso che gli spermatozoi devono compiere avviene in un ambiente estremamente ostile, caratterizzato da un pH acido, e dalla presenza di cellule del sistema immunitario della femmina che distruggono gli spermatozoi: nei mammiferi meno dello 0,001 per cento di essi arriva in prossimità del proprio bersaglio. Il fluido seminale ha in effetti la capacità di mitigare questo ambiente inospitale, ma a prezzo di perdite immani; per questo, secondo i ricercatori, gli spermatozoi del secondo venuto riescono a giungere a destinazione in maggior numero e con minore dispendio energetico. Il vantaggio sarebbe inoltre tanto maggiore quanto minore è il tempo che intercorre fra i due accoppiamenti.
Gli studiosi si esprimono definendo questa una singolare forma di parassitismo di un maschio rispetto ad un altro maschio. (da Le Scienze)
Ne deriva che i vituperati rapporti promiscui dichiarati come orge, se coinvolgono alcune persone contemporaneamente e nello stesso momento, in realtà rappresenterebbero una naturale forma di fecondazione assistita, impreziosita da un benefico sollazzo per i convenuti.
La scienza benedice... e la Chiesa paladina dei rapporti naturali?
Tutto questo per dire che a Genova, fino al 7 novembre, ha luogo il Festival della Scienza
Jean Michel Basquiat
“Già da quando avevo 17 anni ero convinto che sarei diventato famoso. Pensavo a tutti i miei miti: Charlie Parker, Jimi Hendrix...Avevo una curiosità romantica di sapere come la gente ce l’aveva fatta”
Erano gli anni Ottanta e queste parole le pronunciava Basquiat, definito come il “Picasso nero”, il pittore prodigio della New York bene, che all’età di 28 anni morì per overdose.
“Morto come Vincent Van Gogh, come Pollock”, la critica e soprattutto i mercanti, i galleristi, i collezionisti e tutta la catena di affari legata al fenomeno arte-investimento non ha lesinato paragoni, ascendenze, fino a farne un mito, pur di avvalorare un talento nascente che avrebbe necessitato di tempo per trovare eventuali conferme.
Di pelle nera, scappato da casa giovanissimo, Basquiat aveva in sé il desiderio di riscatto e la voglia di arrivare al successo, la stessa che incarna il mito americano.
“Nella New York degli anni Ottanta Basquiat e Haring rappresentano il rifiuto del sistema e il ritorno ad una matrice infantile”, così scrive il Corriere della Sera, in una pagina dedicata al pittore, dando una involontaria misura di cosa si vuole intendere oggi per “rifiuto del sistema”, il fatto, ad esempio, che Basquiat oramai famoso indossasse Armani, e non si curasse di cambiare l’abito imbrattandolo di vernice.
Picasso, Dubuffet, De Kooning, Twombly questi sono gli autori che si sono voluti trovare nelle forme di Basquiat, in quel gesto pittorico definito come primitivo, selvaggio, che in realtà non nascondeva il fatto non avere nessuna preparazione, ma che certo mostrava comunque capacità.
“Sono davvero invidioso. E’ più veloce di me” con queste parole Warhol, diventato poi suo amico, commenta lo stile di Basquiat mettendo a fuoco una delle esigenze del mercato artistico di oggi: produrre velocemente per poi essere velocemente venduti.
Le sue opere venivano spesso smerciate non ancora terminate, e il guadagno, che si moltiplicava passando di mano in mano, non giungeva a lui se non in piccola parte.
Erano anni in cui il mercato dell’arte era in piena ascesa e anche l’arte contemporanea era diventata una forma di investimento, come titoli ed azioni, e in questo lucroso affare furono proprio alcuni galleristi gli abili creatori di nuovi “fenomeni nascenti”.
Nel 1988 Basquiat morì di overdose, pagando di persona il prezzo di un sistema economico che produce velocemente celebrità e così consuma.
Chrysler è l’azienda automobilistica che sponsorizza questa mostra, ancora in corso presso la Triennale di Milano. Lungo il percorso in cui sono esposti i quadri, sono evidenti i manifesti pubblicitari in cui l’azienda magnifica anche la propria creatività definita “mai scontata”, non esitando a paragonare il suo “stile non convenzionale” a quello del pittore in oggetto.
Una stretta allo stomaco e nell’elegante colore nero di quei cartelloni il macabro pranzo di avvoltoi... anche la pelle dei morti ha un suo mercato, non convenzionale.
Fino al 28 gennaio 2007
Presso la Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
La Coca…cola
Avevo trattato precedentemente della grave situazione di intimidazione, persecuzione e sfruttamento, denunciata dal sindacato colombiano, all’interno dell’impresa Coca-Cola ed ora finalmente una notizia che merita di essere diffusa:
“Coca-Cola costretta alla trattativa con SINALTRAINAL per fermare il boicottaggio”.
Il boicottaggio, organizzato in termini internazionali, dei prodotti a firma Coca-Cola, dopo tre anni e due mesi, finalmente, ha prodotto come risultato un accordo preliminare tra il sindacato colombiano dei lavoratori delle industrie alimentari (SINALTRAINAL) e la multinazionale.
Non solo si richiedono diritti per i lavoratori della Coca-Cola in Colombia ma anche per quelli delle altre sedi dislocate in tutto il mondo; inoltre si sollecitano risarcimenti per i sindacalisti ed i familiari che hanno subito violazioni dei diritti umani e sindacali, e in ultimo si domanda un accordo per il rispetto dei diritti sindacali all’interno del Coca-Cola System.
Ecco come la solidarietà internazionale, tra lavoratori e consumatori critici, può riuscire ad imporre condizioni diverse, modificando rapporti di forza, per ottenere diritti che dovrebbero essere di tutti; ecco come un movimento che abbraccia persone dislocate ovunque raggiunge un risultato impensabile, utilizzando il sistema della sensibilizzazione e della scelta di essere partecipi in prima persona.
La REBOC (Rete Italiana Boicottaggio Coca-Cola) comunica che il boicottaggio finirà quando si raggiungerà un accordo soddisfacente, siamo tutti in attesa…
L’altro caffè
Dalla rivista “Altroconsumo” (informazione indipendente per i consumatori) traggo alcuni dati che riguardano la produzione e la vendita del caffè.
Il giro d’affari mondiale nel 2004 è stato di 9 miliardi di dollari all’anno; 60 milioni è il numero di persone che ricavano da questo tutto o parte del loro reddito; il 75% del caffè prodotto è esportato, il 25% è consumato sul posto; escluso il petrolio e le droghe illegali, il caffè è la materia prima di maggior valore, tra quelle che provengono dai Paesi in via di sviluppo, prodotta ancora in piccole coltivazioni a gestione familiare; sono 5 le grandi aziende che controllano il 40% delle importazioni mondiali; sono 10 le aziende di torrefazione che si spartiscono fino al 65% dell’intero mercato mondiale; il 6% del prezzo di un pacchetto di caffè, acquistato in negozio o al supermercato, è la percentuale che arriva in mano ai coltivatori.
Le fasi di coltivazione e commercializzazione del caffè comportano una serie di problemi per l’ambiente e le persone, come l’uso di pesticidi e fertilizzanti, insieme a condizioni di lavoro inaccettabili. Le inosservanze più gravi riguardano il lavoro nero, con mediatori che pagano a cottimo; i lavoratori stagionali, alloggiati in condizioni abitative proibitive; le discriminazioni tra uomini e donne (e bambini); il salario minimo non rispettato, senza garanzia di sussistenza; nessun tipo di protezione né informazione per i lavoratori, circa i rischi che derivano dall’uso di pesticidi e fertilizzanti; il lavoro minorile diffuso;l’incertezza economica dovuta a contratti di acquisto a breve termine.
Dall’inchiesta svolta dall’associazione dei consumatori risulta che solo le linee “etiche”, istituite dalle grandi aziende a fini di immagine, applicano standard ambientali e sociali, ma questo avviene solo per una parte limitatissima della loro produzione, che per il resto continua a seguire i vecchi sistemi. Occorrerebbe perciò incrementare il settore di mercato “etico” sia pure istituito per motivi di marketing
Si evidenzia, in alternativa, la presenza di Altromercato come unica organizzazione di commercio equo e solidale, capace di garantire le condizioni migliori per i lavoratori e per l’ambiente, in ogni fase di produzione e commercializzazione del caffè. Non solo è del 25% la percentuale del prezzo del pacchetto che riceve il coltivatore, ma si agevolano i produttori con contratti di acquisto di lunga durata, accesso al credito e si promuove informazione ed assistenza tecnica.
Ecco come un gesto così semplice, l’acquisto di un pacchetto di caffè, può trasformarsi in una leva capace di modificare alcuni rapporti di forza, e per cui fare finta di non sapere diventa sempre più gravoso. Non è insignificante l’apporto meditato di ognuno, così com’è importante fare scelte consapevoli in ogni ambito; questo è ciò che si richiede oggi per un futuro diverso, affinché si possa dire davvero che domani sarà un altro giorno.
Concettuale
-Mi ami?
-Se un ipercinetico istopatologo in marmo nudo
si inerpicasse su un paraspigolo imbarbarito
poi ne sarebbe imbarazzato?
-Ti ho chiesto se mi ami
-Se si raccogliesse un metro cubo di aria cubica
poi il marcatempo misantropico
segnerebbe una miscela di minuti meditati?
-Mi domandavo se tu mi amassi
-Se la nicotinica muffola misteriosofica
si pizzicasse ad un pollice dimentico
poi il fervente osservante si offenderebbe?
-Ma mi ami o no?
-Se si imbevesse fino al rammarico
una giuggiola rarefatta
poi la fisiognomica di una crostata rosicata
ne risentirebbe?
-Insomma mi ami o non mi ami?
-Se per un’ insidiosa inesistenza gutturale
il copiafattura si disimpiegasse
poi l’organigramma di uno sciopero selvaggio
ne sarebbe ridimensionato?
-Allora non te la do!
-Dicevi...?
Che l’amore possa essere un’orgiastica piroetta o il bon bon carsico di un combaciamento opalescente ciò che importa, alla fine, è la maccheronica digestione di una fuocosa matriciana fuori pasto.
Pasquinate
Li condonicchi
Ne l’Itaja li peccati
se principia dar pallone
poi so’ tutti scancellati
voi vedé che Cesarone
t’aritorna “Nun me pento!”
a parlà ner Parlamento?
L’indurtaccio
S’era sortanto pe li poveracci,
nun se parlava propio de condoni,
epperò ce so’ stati l’affaracci
de li più zozzi tra que li padroni
che vonno comprà tutti, disgrazziati
co que li fonni neri, l’avocati...
Er Papa, ‘nde le Cammere riunite,
je disse de svotà que le priggioni,
ma mò que le parole sò servite
a trattacce davero da fresconi
pe via che più lo studi, più st’indurto
lo vedi sempre più com’a ‘n inzurto
Pasquinotto
Vicino a piazza Navona c’è Pasquino, la celebre statua parlante di Roma, sul suo basamento ancora oggi si attaccano fogli scritti a mano o a macchina con parole di protesta, una satira pungente contro ogni forma di potere.
Ma Roma di notte non è fatta per le parole, che se dette velano quelle mani desiderate, di travertino lungo il Tevere fermo.
Tra le dita l’onda calda di un respiro scheggiato.
Roma
Di Roma ricordo le strade del centro attraverso il finestrino di un taxi, di fretta perché a Roma ci passavo per non restare, e poi il cielo, dalla finestra dello studio di mio zio, che abita a Roma ma fuori. Zio tu hai sempre detto che Genova non l’avresti mai lasciata, nemmeno per Parigi o per Albenga, ed ora è tanto tempo che vivi qui, anche se sembri sempre sul punto di partire, zio ammettilo, non scrollare la testa, non cambiare discorso, quando vieni al mare e ai tuoi vicoli, quasi tu volessi prendere le misure di un tuo ritorno, poi rimandi a un altro giorno, uno che non sai. E lui curvo si affaccia su Roma e tace.
Roma nelle vocali ampie degli amici romani, dai vieni, vieni tu qui, perché per loro tutto il resto è periferia e il Tevere è anche il Rio delle Amazzoni e l’isola Tiberina è l’isola di Cocos.
Roma nei piedi bianchi e nudi di mio padre, coricato sul letto di un reparto di cardiologia e quel lenzuolo che lo copriva fino al volto, oltre i capelli neri e forti; il riflesso del suo corpo nella vetrata di una stanza vuota.
Da allora a Roma non sono più tornata, ma domenica quando arriverò alla stazione Termini salirò su un taxi e attraverso il finestrino ricorderò le strade del centro, di fretta perché a Roma ci passerò per restare.
Fino a quando?
Sono settimane che gli Stati Uniti ed i suoi alleati promettono “sforzi diplomatici” per giungere ad un accordo tra Israele e Libano.
Si annunciano “bozze di risoluzioni” e Condoleeza, con il suo cipiglio, pensa di essere credibile quando si fa portavoce di una volontà di pacificazione nelle proposte ONU, giudicate inaccettabili da parte libanese. Ma la guerra è già scoppiata e la sensazione è che non si voglia davvero fermarla.
“Ancora due giorni” si dice all’opinione pubblica, ai telespettatori estivi di questa ennesima strage di civili in diretta. Due giorni che diventano settimane di ipocrisia, con l’intento di assecondare il desiderio di tranquillità dei teleutenti occidentali, mentre il Medio Oriente si accende e si predispone il consenso dell’Occidente per un’altra guerra, molto più vasta, la guerra alla Palestina, alla Siria e all’Iran.
Il progetto di un “nuovo Medio Oriente” di cui parla Bush comincia a profilarsi e le giustificazioni per dare l’avvio a questa sanguinosa avventura si stanno preparando in queste settimane.
E intanto si fanno affari, da un’agenzia Bloomberg: “Il greggio è stato scambiato a più di 75 dollari al barile a New York mentre i combattimenti tra gli israeliani e gli Hezbollah appoggiati dall’Iran continuano da 14 giorni… il prezzo del petrolio è salito il mese scorso a causa del timore che gli approvvigionamenti dall’Iran, il quarto produttore al mondo, potrebbero essere compromessi dalla sua controversia con le Nazioni Unite a proposito dell’arricchimento dell’uranio… [E, come afferma un agente di borsa] ‘Nonostante tutto ritengo che 85 dollari entro l’estate sia un evento plausibile. Sono davvero sorpreso di non aver ancora assistito ad un uragano’”.
Fino a quando l’Europa farà finta di non sapere che si sta cercando un suo coinvolgimento e non a fini di pace? Fino a quanto mostrerà vera autonomia?
Dipende anche da noi.
Tempo moderno
E’ difficile in un momento come questo scrivere con tranquillità di una mostra d’arte; ancora guerra, ancora morte, ancora dolore, ed una forma artistica, a cui ci si dedica o che si esibisce, sembra appartenere ad un momento di svago, una parola muta che non ha senso.
In queste occasioni, in cui la realtà esige da parte di tutti un impegno morale per un futuro diverso, si ripropone il problema della posizione di chi fa arte: Matisse o Picasso?
Una ricerca estetica al di là della contingenza, per un tempo senza tempo, o nella storia, nell’oggi, nella rappresentazione di un corpo dilaniato?
“Tempo Moderno. Da Van Gogh a Warhol. Lavoro, macchine e automazione nelle Arti del Novecento” è il titolo di una mostra, ancora in corso a Genova, per la cui qualità vale la pena nominare il curatore: Germano Celant e i collaboratori: Anna Costantini e Peppino Ortoleva.
L’esposizione, che ha luogo nelle sale di Palazzo Ducale, non soltanto sviluppa il tema cruciale del lavoro presentando opere appartenenti a diverse epoche, ma nell’affrontare questo argomento si propone attraverso un’impostazione particolare, una lettura per nuclei tematici. Questa interpretazione, che si svolge mediante una comparazione tra opere appartenenti alla tradizione storica e quelle legate alla contemporaneità, mostra del tempo un andamento non lineare, non cronologico, in cui passato e presente sussistono e le coordinate temporali del disagio, della fatica, della povertà diventano coordinate spaziali, luoghi diversi dove si ripresentano, oggi come ieri, gli stessi problemi. Si tratta di una scelta politica precisa che non soltanto svolge un tema interpretandolo, ma che proprio dall’accostamento di opere, appartenenti a modi e tempi diversi, priva alcune di esse di quell’aura che le stesse avrebbero in un altro contesto.
“Abbasso l’arte come rattoppo colorato sull’esistenza insulsa dei benestanti. E’ tempo che l’arte confluisca in maniera organizzata nella vita. Abbasso l’arte come fuga da una vita indegna di essere vissuta” (Aleksandr Rodčenko, Mosca, anni venti).
Per il tema del lavoro contadino, Vincent Van Gogh, 1885, con il quadro “Coppia al lavoro nei campi” viene mostrato a fianco di Walker Evans, 1936, con le fotografie che documentano lo squallore e la povertà delle famiglie di contadini nel Midwest americano. E poi Natalia Gončarova, 1907, con due quadri che testimoniano una visione idilliaca del lavoro dei campi, e a fianco uno schermo dove scorre un film del cinema italiano Neorealista degli anni Cinquanta: Riso amaro. Poco distante una video-installazione di Tony Oursler, 1994, in cui un manichino riceve il volto da una proiezione video, ed un sonoro manifesta le affermazioni del test MMPI usato in psichiatria per diagnosticare disagi psichici.
Con la stessa logica si affrontano i temi dell’urbanizzazione, dei lavoratori e delle lotte di operai e studenti, dello sfruttamento dei bambini, dei diversi mestieri, dell’automazione, e del lavoro del presente e della sua smaterializzazione.
Il lavoro di ieri ed il capitalismo della globalizzazione, il quadro di oggi che non è opera ma somma di inquietudini contemporanee che esprimono esasperata concorrenza per la qualità, insieme a precarietà, incertezza, flessibilità, frammentazione e perdita di potere conflittuale e contrattuale. Differenze rispetto ai problemi di un tempo, che ora riguardano altri luoghi dove si esporta ciò che qui non si esegue più, e la constatazione dell’inconsistenza di quella tesi che nello sviluppo tecnologico lasciava prevedere una liberazione progressiva di tutti gli uomini da un’occupazione così pressante per la propria sopravvivenza.
L’ultima opera che conclude il percorso espositivo è l’installazione video di Pavel Mrkus, 2001, in cui un robot PW20/LW, utilizzato per la verniciatura della carrozzeria delle auto, si muove al ritmo del canto di tradizionali sutra buddisti. Questa scelta di un finale emozionante sembra dare apertura ad un futuro auspicabile, quasi salvifico, invitando per un attimo ad una lettura del tempo interpretabile come rettilineo-finalistico. Ma è solo un’apparenza che ambiguamente si lega ad un’altra opera di inizio mostra, Nam June Paik, 1985, con il corpo del baby-robot composto da tredici monitor che proiettano immagini televisive montate a loop, dove si rivela un’umanità che accetta passivamente e quasi giocosamente una tecnologia che invade.
Il tempo quindi appare essere concepito come circolare e non più rettilineo, infine né l’uno né l’altro.
Fino al 30 luglio
Palazzo Ducale
Piazza Matteotti 9
Genova
Simona
Era già lì che mi aspettava, vestita di bianco con la sigaretta in bocca e gli occhi che cercavano.
Ciao Simona.
Sono in ritardo come sempre, da quando uso lo scooter per fare prima l’ultimo minuto è quello che non raggiungo mai.
Come stai.
Lei è seduta al tavolo del nostro bar, quello sull’Aurelia poco prima di Nervi, mi avvicino e le sfioro la spalla.
Dimmi di te.
Qualche giorno fa mi aveva chiamato dicendomi che voleva parlarmi, era confusa e aveva chiuso la telefonata con quell’appuntamento.
-Come stai?- mi chiede con la sigaretta spenta in mano.
-Dimmi di te- mi domanda poi sospirando mentre ne cerca un’altra nella borsa.
Pronuncio qualche frase mi interrompe.
-Devo parlarti- si accende un’altra sigaretta.
Ordiniamo due aperitivi e poi lei si avvicina con la sedia.
-Lo sai quella sera.
-Sì mi ricordo.
-Ho incontrato una persona- il suo polso un po’ trema, il fumo della sigaretta sembra fremere per poi dissolversi in larghe onde.
-Qualcuno a cui non avrei mai pensato prima.
Dal piatto della focaccia ne sollevo un pezzo con lo stecchino e dall’altra parte infilzo un’oliva.
-So che sto sbagliando- mi dice posando il suo sguardo nel mio, e poi lontano.
Era quell’ago di legno ad unirli, quella semplice scheggia appuntita che si conficcava nel loro corpo.
-Dario non lo sa...- aggiunge lei abbassando gli occhi sulla borsa, e cerca nuovamente qualcosa a giustificare quel pudore.
Ma tu come stai.
Chi sarebbe diventato il sapore dell’altro, chi sarebbe finito in pezzi.
-Ma tu come stai?- mi chiede guardando la strada con la sigaretta spenta tra le dita.
Le mani unte di focaccia allungo le dita sul tavolo, e poi le sposto a tracciare un sentiero che mi unisce a lei. Vicino al suo bicchiere lascio cadere il mazzo di chiavi di casa di mia.
-Se hai bisogno, vieni.
Si morde appena un labbro e mi indica l’ultima oliva e il pezzo di focaccia.
Li strappo dalla loro cicatrice lasciando allo stecchino la fòrmica unta di un cielo stellato di impronte.
-Ti amerei
-Ah
-Ti vedrei
-Ah
-Ti vorrei
-Ah
-Se tu insistessi
-Ah
-E insisti…
-Ah…
-E insisti
-Ah
-E insisti!
-Ah!
-E insistiiiiii!
-Ahiaaaaaa!
-Ooooooooh!
Nell’indifferente l’insistenza è la prima a non sortire, l’inesistenza è l’ultima a non morire
Gino Covili
Mentre l’Italia ufficiale è dominata da calciopoli, quando la Nazionale perde o pareggia, da savoiopoli, con tanto di principe indagato per associazione a delinquere, e dall’esito del referendum, con gli infiniti commenti; in una piega di questa realtà, a Modena, ha luogo ancora per pochi giorni la bellissima mostra “Covili gli occhi della vita”.
“La meta che un pittore si pone è la conquista di qualcosa di prezioso, io ho trovato il mio linguaggio pittorico.”
Vento giallo di fiume giallo, un fiume in piena. Tra i sassi uomini, donne, i materassi sulla schiena, e poi cuscini, i bambini e le pentole, c’è chi urla e il vento ancora e l’acqua gialla, di terra ora nelle gole aperte dei tori vivi, che affondano. A riva i rami di ossa sono alberi dalle bocche spalancate.
Vestito di sacco un uomo punta i piedi, gli stivali enormi, stringe la corda al collo di una mucca che digrigna i denti, e poi un cavallo, dagli occhi rossi grandi e sporgenti, gli zoccoli irsuti e la lingua di sangue gonfia, a terra fino a spezzarsi i denti.
Laggiù nella corrente il tetto di una casa rotola. Su un ramo un gufo osserva.
L’alluvione, 1973, olio su tela, 200x380 cm
“Tutto è pronto nello studio per il lavoro cui mi accingo, c’è silenzio, c’è ordine. Anche se ho compiuto gli ottantacinque anni, la passione per la pittura non è diminuita. E come potrebbe essere diversamente? La prospettiva del lavoro è affascinante. Ci sono sempre temi da affrontare, figure da recuperare, aspetti da scoprire, problemi di forma e struttura e colore da affrontare e risolvere. Sono sfide alle quali non mi sottraggo. Questo vale per l’oggi e per il domani. Non posso concepire la mia vita senza il lavoro dell’arte. Ancora mi farò coinvolgere dalla mia passione (che qualcuno ha chiamato vocazione). Ancora mi lascerò trascinare in nuove avventure pittoriche. L’arte è la mia ragione di vita."
Un grande cavallo, bianco di luna, le narici tese il pelo irsuto, e sopra il cacciatore grande con la volpe in grembo, morta, le zampe legate e le unghie rigide, calde. E’ notte bluviola, di nubi e di rocce spinose, di cespugli come lingue umide e piene. Ma le ali aperte, un’immensa aquila blu si solleva, sulla schiena dell’uomo le piume gonfie di vento, di lato il collo ondeggia senza vita, in gola ancora l’ultimo grido.
L’ultimo eroe, 1995, tecnica mista su tela, 179x143 cm
Arrivo a Pavullo nel Frignano, il paese natale di Covili, a qualche chilometro da Modena, ho sete di menta ed entro nel bar della piazza.
La radio è sintonizzata su Radio Maria, a tutto volume.
-L’ho conosciuto sa il Covili.
I capelli che si allungano fino alla cima della testa calva, il barista mi racconta del pittore. Mi dice che Covili era stato il bidello della scuola del paese e che aveva fatto molti altri lavori, anche il barbiere e il pastaio. Dopo l’8 settembre era entrato a far parte delle brigate partigiane.
-Li ha visti i suoi quadri, li ha visti?- mi domanda con orgoglio anche se poi lascia filtrare una piccola invidia.
-Però lo hanno aiutato i suoi amici partigiani, c’era un critico tra loro che lo seguiva.- si illumina- Ma era bravo, sì molto bravo. Come Van Gogh.
All’improvviso mi chiede se conosco il Borlengo, gli rispondo che quel pittore non l'ho mai sentito nominare, lui ride e si avvicina con una cialda bianca in mano.
-E’ questo il Borlengo, lo assaggi…è una ricetta antica, sa.
Mangiamo il Borlengo insieme, lui mi racconta di Pavullo, di quanto è diversa quella dei quadri di Covili, e ridiamo di un suo amico modenese che si cura l’insonnia col Tavor nel San Giovese.
Sullo sfondo la nenia del Rosario e le quindici promesse della Madonna. A tutto volume.
Gino Covili, nato a Pavullo nel 1918 è morto nello stesso paese nel 2005. Pittore erroneamente definito: naif, visionario, realista, espressionista, mostra uno stile molto personale, che sfugge ad una categoria precisa. Grandissimo disegnatore, raffigura il mondo contadino del passato filtrandolo attraverso una personale visione, che diventa poetica struggente di rara potenza espressiva. Da tempo è diventato oggetto di attenzione di critici e collezionisti, tanto da essere oggi celebrato come uno dei nostri più grandi artisti.
Covili gli occhi della vita
Fino al 2 luglio 2006
Foro Boario
Modena
La Baie des Trépassés
Di spalle, all’improvviso, come piace a me.
-Ciao, Carmen!
Trattiene il respiro per un momento e poi si volta.
-Il tuo solito modo e ora come faccio?
La sua mano contratta aveva tracciato una piccola linea sulla lastra di zinco, il disegno già deciso e il segno imprevisto di un’interferenza, quando l’attenzione si lascia penetrare dal caso e la bolla di vetro che ci separa dal resto s’incrina.
-Seguila, lasciala andare.
Mi siedo di fronte, e comincio a scalfire il vecchio tavolo scuro con un coltellino.
-Vieni anche tu in Francia?– Carmen parla e scrolla la testa, con la lente in mano insegue la piccola linea, e poi con la punta la copre di altri segni. Sullo zinco la notte si disegna su una spiaggia.
Baie des Trépassés, la luna è ancora bassa, quasi gialla nel vapore che si alza dal piccolo lago dietro la strada. Proprio davanti alla mia finestra c’è la grande spiaggia dell’oceano, il davanzale dell’Hotel “Les pieds dans l’eau”, così vicino alle onde da sembrare un calamaro addormentato.
-Sarà come l’altra volta, ricordi?- alzo lo sguardo dal disegno marino di Carmen e poi torno a scalfire il legno del tavolo, onde di vetri spezzati.
-Ho freddo, chiudi la finestra- la guardo mentre si volta nel suo letto e poi si tira le coperte fino al collo. Tra le lenzuola i riflessi languidi di quella luna di ottone.
-Carmen...
Sento un suono d’aria, come di vento, mi affaccio e vedo un’ombra scura più della notte, e poi il contorno di un becco, le ali grandi, nere di luna gialla.
-Carmen... un cormorano...
Verso il lago, verso la lingua di vapore che si solleva densa, vola nero e giallo e poi più nulla, solo il bianco di quella nube bianca.
Carmen dorme.
Mi sporgo dalla finestra per vedere meglio; oltre lo stipite il muro d’angolo accoglie quella parte di cielo che si trattiene dietro, lasciando a quel varco di cemento liscio il limite di un mondo oltre il quale se ne può immaginare un altro. Il mio sguardo cade a terra.
Uno sbuffo sulla lastra, Carmen allontana briciole di vernice
-Possiamo dividere la stanza, come l’ultima volta- e poi torna ad incidere acqua e sassi.
Sotto la finestra dell’hotel un tavolo di legno scuro, stretto e lungo, ed io mi allungo in quell’ombra che sento calda. Un volto, trattengo il fiato, c’è qualcuno, vorrei ritirarmi, è sdraiato sopra il tavolo, meglio chiudere la finestra, guarda il cielo, mi nascondo; si sente appena il suo respiro, accompagna il soffio lieve dei sassi, e lentamente anche il mio riprende seguendo il suo. Accarezzo quelle labbra che non so.
-Per favore mi passi il caffé?- a colazione Marcel mi chiede il thermos col caffé. Ne bevo uno anche io. Mi dice che ha dormito sulla spiaggia, voleva ascoltare le voci dei trapassati.
Sorrido e mi preparo una fetta biscottata con la marmellata.
-In questa baia, ad un‘ora imprecisa, l’acqua del mare sugli scogli segue percorsi diversi e sono parole quelle che si sentono, se hai domande sono risposte.
-E tu ne hai avute?
-No, solo una domanda.
Poso la fetta biscottata e lo guardo negli occhi quasi erba.
-Eri tu alla finestra ieri notte?
Non dico nulla, sto per rispondere di no, la sua mano si avvicina alla mia bocca e con un dito mi sfiora le labbra.
-Allora vieni?- Carmen ha finito il suo disegno ed ora lo sta guardando con la lente. Il mare, la spiaggia, la luna ed un piccolo cormorano nero verso il bordo della lastra ad uscire.
-Sì, Carmen, certamente- sulle labbra il gusto ambrato di un cristallo di caffé e sale.
Volver
La vita di una famiglia comincia con un incesto, il padre violenta la figlia (Raimunda) da cui nascerà una figlia (Paula), e sarebbe proseguita con un altro incesto se Paula, nel mentre, non avesse ammazzato il proprio padre adottivo (Paco), compagno della madre (Raimunda).
Questo film, l’ultimo di Almodovar, è stato definito come un omaggio alle donne, ma, se ci si attiene ai fatti narrati, non si capisce perché un tributo al mondo femminile debba passare per la sommaria descrizione di un universo maschile che non oltrepassa una realtà esclusivamente ottusa, violenta, bestiale e fredda; a cui si contrappone un mondo femminile coraggioso, vitale, solidale e caldo.
Dalla storia raccontata, l’unica possibilità di affetto, comprensione, aiuto e amore è quella tra madre e figlia, tra sorelle, tra amiche, tra donne insomma. Una situazione di rapporti che, così come descritta, si presenta asfittica, dalla quale prorompe addirittura la madre di Raimunda (Irene) creduta morta e quindi presenza fantasmatica. Questi i fatti condensati, ciò che pare senza considerare altro.
Eppure il film è bellissimo, dimostrazione del fatto che un grande maestro come Almodovar riesce a plasmare anche la materia incandescente. L’orizzonte del senso, infatti, si deve alzare da ciò che sembrano essere le vicende mostrate.
Analizzando il racconto, oltre la contingenza degli eventi, ciò che affiora non è semplicemente un tributo alla donna e nemmeno solo un omaggio all’amore materno, ma qualcosa di più ancestrale, che si sente come vero e profondo, fuori dal tempo nostro, legato al nostro tempo antico, quello del mito. Ecco, allora, secondo questa lettura, le donne-madri-sorelle-spose, vergini-prostitute-amorevoli-sanguinarie come frammenti della personalità della Grande Madre o Madre Terra, che nella storia del film è gran parte del personaggio di Irene; la madre che dà fuoco al marito violento e che creduta morta ritorna (Iside, Persefone), non essendosi mai allontanata. Non di donne, buone e coraggiose, a cui si oppongono uomini, cattivi e vigliacchi, quindi, ma è della Madre della vita e della morte, maschio e femmina, che si sta trattando, colei che fu venerata sino al Paleolitico sotto forma di statuette steatopigiche. Entità che si può definire come Tutto.
E’ lei che infine si mostra, è di lei che si ha bisogno, Irene con le ciabatte ai piedi, la sua scamiciata lisa a fiorellini e le calze arrotolate alle caviglie; lei che nutre con le sue conserve, che si avvicina piano a chi è in punto di morte e con un sorriso fa una carezza.
Anna
Il corpo aperto, senza testa e senza ventre, ali di carne rosargento.
Sulla lingua il gusto di mare, un aroma che non è acqua salata sugli scogli, ma il profumo di quando diventa onda e il vento ne corrode i fianchi di porcellana.
Un piatto di acciughe.
-Che buone, come le hai cucinate?
Anna mi osserva masticando lentamente
-Olio, aglio e prezzemolo…Senti, ho scritto due racconti…
-E poi le hai cotte in padella?- un’acciuga cade dal piatto sulla tovaglia e un’onda di olio si allarga piano.
-Vorrei che li leggessi.
La osservo masticando lentamente.
-Ho scritto della mia infanzia, della guerra, di come tutti gli abitanti di un paese dell’entroterra ligure salvarono me e i miei cinque fratelli dalla fucilazione.
I capelli raccolti sulla nuca, l’elastico trattiene a stento i suoi riccioli neri, quasi a spezzarsi su quelle onde lucide.
-Mio padre era turco ebreo, noi eravamo sei fratelli piccoli e poi c’era mia madre. Non eravamo riusciti ad ottenere il permesso di emigrazione negli Stati Uniti e con noi bambini non era possibile scappare in Svizzera attraverso le Alpi.
Sorride, con la punta delle dita raccoglie un ricciolo quasi bianco sulla fronte, fino a spostarlo indietro a raggiungere gli altri.
-A pochi chilometri da Genova, un piccolo paese ci nascose per tre anni e ci salvò.
Penso al film di Lars von Trier, Dogville, poi ascolto Anna, la storia del suo volto dei suoi capelli dei suoi occhi e delle sue mani, che ora spostano il pane e la bottiglia di vino. Sul tavolo posa alcuni fogli scritti, su quello in cima ferma la sua mano.
-E’ da molti anni che non leggo più, a volte mi confondo con lo spagnolo e l’inglese, ci sono molti errori… Ah, il pangrattato, mi raccomando, giusto una spruzzatina sulle acciughe aperte…
Sì, li leggerò, avvicino la mia mano alla sua, grazie per aver pensato a me.
E lentamente terminiamo i nostri piatti di acciughe dorate di pangrattato.
Questione di cupole
Il pensiero di una forma che ridefinisce lo spazio di natura costruendo una spazio umano si può definire un’impresa audace e tale fu la straordinaria costruzione di una cupola.
Era il 1418 quando il grande artista Brunelleschi vinse il concorso per la costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore.
E’ il mese di maggio del 2006 quando viene alla luce l’imponente e avveniristica costruzione della calcio-cupola di Moggi e Giraudo.
Aspetto tecnico: poiché la calcio-cupola non si può costruire con mezzi leciti, i rutilanti inventori Moggi e Giraudo brevettano una nuova tecnica che permetterà alla struttura di autosostenersi: è “l’associazione a delinquere”. Si tratta di una forma leggermente ovoidale che poggia su 41 pilastri ora indagati, ma si sorregge grazie agli efficaci equilibri raggiunti dalla architettura dell’assenza di Consob, Antitrust e Federcalcio. Il fantastico dinamismo torsionale della costruzione è garantito dall’invisibile presenza di Gea World, una placida consorteria di figli di papà semiconduttori di denaro sporco.
Aspetto estetico: la calcio-cupola non è una forma nuova, essa infatti trae ispirazione dall’esperienza storica di Cosa nostra, Camorra, ‘ndrangheta e Sacra corona unita, architetture resistenti il cui calcolo strutturale può sorreggere archi, volte, gusci e tensostrutture di un qualsiasi accampamento in una valle erbosa o in un Governo.
Aspetto ideologico-urbanistico: la calcio-cupola si può definire un piccolo Stato che, a differenza di altri, consente un notevole risparmio energetico per l’impatto zero dovuto al riciclaggio di denaro sporco presso ameni paradisi fiscali. Si sussurra, a tal proposito, dell’eterna presenza della Banca Vaticana, competente in materia e già in passato sensibile al problema ecologico che detersivi aggressivi e spazzole abrasive possono procurare sulla moneta incrostata.
In sintesi l’invenzione della calcio-cupola consente una brillante soluzione del caos che la problematica del libero arbitro innesta sul raccordo pneumatico del caso. L’eliminazione dell’arbitrio arbitro arbitrario permette l’immediata organizzazione di partite di calcio vincenti e perdenti in anticipo, risolvendo in un solo colpo l’annoso problema della impossibilità di prevedere un evento con certezza assoluta. Ne discende il design elegante della quadratura del pallone, un nuovo tipo di sfera ad elevata tecnologia in grado di garantire alte prestazioni per una vasta fascia di utenti, per ora in visita di cortesia presso le disadorne e tediose aule della Magistratura.
Ecce uomo
“La voce umana è disarmata di fronte alla morte come all’amore, quando scopriamo che in entrambi i casi c’è il dolore della perdita e della negazione.
L’arte non dà risposte, casomai scontorna ogni esperienza in una sorta di cornice temporale sospesa, in cui non si danno significati certi, quanto piuttosto si formulano domande, si moltiplicano interrogativi, si fa rumoreggiare il senso insopportabile e scioccante della verità.
Un’opera d’arte produce una ferita dello sguardo senza la quale la conoscenza sarebbe priva di senso.
(...) Pur restando fedele ad un linguaggio che ha le sue regole, i suoi codici, che non vede se non attraverso la bellezza, queste opere rappresentano l’uomo che siamo diventati.”
Con queste parole ha inizio la mostra d’arte contemporanea “ Ecce uomo”.
Bill Viola in “Silent mountain” presenta due schermi al plasma accostati, ricordano, nelle dimensioni, un dittico medievale.
Un uomo, una donna, corpi contorti si stringono di mani sole, fianco a fianco, in quello spazio solo ognuno solo affonda senza un grido.
Pipilotti Rist in “Heilung” prepara un armadietto da pronto soccorso, sul davanti sono incise le parole: “Casa-lontano-qui. Epidermide formati”.
Scatole rosse verdi e poi garze, pastiglie, cerotti e forbici a tagliare il ventre, e dentro l’occhio endoscopico vene, canali, fibre, nervi, gallerie di carne fino all’osso, di un corpo che non è.
Tony Oursler in “Blue and white state” proietta il volto di un uomo che parla su un cilindro ovale bianco, a cui si aggiunge un abito femminile. Il fantoccio così formato è a terra e mette in scena i disturbi della personalità multipla, metafora della realtà post-moderna.
Sono io, io chi, io l’altro, tu e l’altro quale altro, io è altro, tu è l’altro, io è me tu sei me, altro io d’altro me, io è te.
Anselm Kiefer in “Senza titolo” è un quadro di grandi dimensioni, 230 per 170 cm.
Colori densi, terrosi di cielo nero, un uomo sdraiato nudo sotto le stelle. Solo. Nero e bianco le mani nude distese a terra, aperte, le gambe aperte di piedi nudi lasciati, ed un respiro di stelle cadute scava il torace bianco di un soffio.
Quelle citate sono soltanto alcune delle opere in mostra, le altre si pongono nei confronti dell’uomo e della vita con lo stesso sentimento di angoscia e di dolore, unica espressione che l’arte contemporanea ritiene di poter incarnare per essere definita tale.
Questa caratterizzazione è ancora collegata con il tramonto di tutte le certezze estetiche, morali e conoscitive elaborate dall’umanità, manifestazione dell'ancora presente nichilismo.
A tale proposito riporto le parole del filosofo Mario Perniola: "La cultura occidentale continua, senza saperlo, a essere posseduta dal passato e riversa su se stessa la colpa della sua scomparsa, perché s’identifica inconsciamente con esso. Ne deriva un quadro culturale ed artistico profondamente patologico:esso si manifesta da un lato nel sentimento di una profonda inadeguatezza di se stessi e dall’altro nell’incapacità di ritenere qualcun altro degno di stima e di ammirazione. L’arte e la filosofia restano prigioniere di quei “valori” metafisici che a parole negano. Il loro nichilismo o cinismo non è una liberazione dalla tradizione, non è un fenomeno di disincanto e di secolarizzazione, ma al contrario è la pigrizia di signori decaduti e malinconici che non sono più in grado di collocarsi nella generale rinegoziazione di tutte le grandezze implicita nel processo di globalizzazione.”
E’ su questa posizione che occorre riflettere per ripensare a forme e contenuti nuovi che siano strade e non vicoli oramai logori, buoni soltanto per sbarcare il lunario di un “anticonformismo” fine a se stesso.
Mostra: Ecce uomo
Fino al 21 giugno
Spazio Oberdan
Viale Vittorio Veneto 2
Milano
Orgiastico
-Ti amo
-Chi?
-Tu
-Io?
-Lui
-Lei?
-Tu
-Io?
-Noi
-Voi?
-Tu
-Io?
-Voi
-Noi?
-Tu
-Io?
-Loro
-Noi?
-Voi?
-Tu?
-Io?
-Tu mi ami?
-Dipende...
Quando si è in molti intendere è difficile, meglio sottointendere....
Vincent ed io
Tempo fa annunciai una mostra:”Gauguin Van Gogh”, presso il museo di Santa Giulia a Brescia, e, a differenza delle altre visite di cui poi scrivo, di questa magnifica esposizione non ho detto nulla. Il motivo è assolutamente personale, parlare dei quadri di Van Gogh, per me, è difficile, perché essi rappresentano un’esperienza che è poi diventata il fondamento del mio rapporto con ciò che si definisce opera d’arte.
Ricordo ancora con precisione il momento in cui avvenne l’incontro con il quadro che diventò il più importante, fu alla National Gallery a Londra. Osservavo alcuni dipinti di Renoir, Degas, Manet e di altri, quando all’improvviso fui abbagliata, invasa, entrata, trapassata dal quadro “Girasoli” di Van Gogh. Non dimenticherò mai il mio stordimento di fronte a quella sensazione straordinaria che ancora oggi non ho risolto in termini razionali.
Dopo il saggio di Benjamin attribuire un’aura all’opera d’arte sarebbe ingenuo, così come lo sarebbe considerare l’opera un’entità autonoma, che non vive delle mediazioni di critici, storici e filosofi, che ne fanno e ne espongono le caratteristiche.
Eppure ciò che mi accadde, quel giorno, fu davanti a quel quadro e non a quello, ugualmente solennizzato, che gli stava vicino o lontano.
Considerando l’accaduto, con un certo distacco, posso dire che sapere se, in realtà, tutto questo fosse merito del mio essere pronta a raccogliere quell’esperienza in una coincidenza qualsiasi non esaurisce né il ricordo, né lo spostamento interiore che ha causato.
Quella presenza indicibile che va oltre la fissità della materia di cui si costituisce, oltre l’intenzione dell’autore, e che per me fu “Girasoli”, lasciò un segno, un pertugio attraverso il quale non ho smesso di guardare. Ed è attraverso quella fessura che mi pare di percepire della realtà una luce in più, un’ombra in più, una sovrabbondanza che si può cogliere con la coda dell’occhio e per un istante.
En las fronteras
Villa Croce, a Genova, è un bellissimo edificio ottocentesco che dal 1985 è diventato sede del Museo di Arte Contemporanea. In questo periodo è in mostra “En las fronteras”: dalle collezioni del MEIAC, Museo Extremeno Iberoamericano de Arte Contemporaneo di Badaioz. Sono esposte le opere di 30 artisti; particolarmente interessanti sono: Jorge Macchi ed Oscar Muñoz.
Jorge Macchi presenta due video:“La passion de Janne d’Arc”, tratto dal film di Carl Th. Dreyer, e “Super-8”. Il primo video propone, del film originale, solo la sequenza del testo scritto in francese, su fondo nero e senza sonoro; sono aggiunte anche brevissime e quasi invisibili immagini, ad effetto subliminale, tratte dall’originale. L’effetto è la sensazione di avere visto e sentito il film avendolo soltanto letto.
La comprensione che si determina, quindi, accade attraverso un percorso diverso dalla visione di immagini, sebbene utilizzi lo stesso mezzo, e questo scarto consente la possibilità di riflettere sull’atto percettivo in sé, che normalmente si manifesta come automatismo al servizio della formazione di un giudizio o di una sensazione.
Il secondo video: “Super-8”, mostra l’immagine ripetuta della parte finale di una pellicola super-8, ovvero la coda di un film di solito non proiettata, accompagnata dalla ripetizione di urli, rumori di strada, incidenti, vetri rotti e nessun dialogo. L’audio di questo video, in pratica, riprende la dinamica sonora di un film d’azione omettendone le voci.
Il senso di questo ascolto, reso necessario dalla visione ripetuta ed insignificante della coda di una pellicola, consente di fissare l’attenzione sulla finzione di una rappresentazione, in quanto dissocia l’emozione visiva da quella uditiva e di quest’ultima ne mette in rilievo l’insensatezza e l’esasperazione, che nel contesto opportuno creano la suspense. Inoltre l’effetto di questi rumori dirompenti e continuati sottolinea la necessità di mettere a fuoco la parte sonora di una realtà, non più solo rappresentata, satura e vuota di significato.
Oscar Muñoz presenta un lavoro particolare: “Proyecto para un memorial”, si tratta di cinque video che contemporaneamente mostrano le diverse fasi di composizione di volti dipinti con un pennello. L’originalità dell’idea sta nel fatto che si usa come supporto una pietra esposta al sole ed il pennello si intinge nell’acqua. Quindi mentre parte del volto si compone, lentamente, se ne asciuga e scompare un’altra parte. Fino a sparire del tutto. Fino ad un altro volto che nuovamente è disegnato ed evapora.
La delicatezza e l’intensità di questo gesto è un invito a riflettere sul senso dell’ esistenza e sull’insignificanza della nostra presenza, ma è anche un modo per suggerire un pensiero che appartiene ad una dimensione più umana, appunto perché legato a quel resto che diventa comunque vapore.
Esco da Villa Croce e mi accorgo che le persiane della grande casa sono serrate, quasi che il volto della realtà possa essere percepito con esattezza nel ventre di un ambiente chiuso, di cui l’arte contemporanea ne può fornire le stravaganti ma precise aperture.
Fino al 30/04/2006
En las fronteras
Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce
Via Jacopo Ruffini 3
Genova
Resta
Terra che brucia
di pelo
e di ruggine fiorita
resta ancora un po’
negli occhi miei,
tra le mosche
e il basilico
che non cresce
l’asfalto
e le margherite
nere di pidocchi.
Dietro quel muro
di ferro e di spine
la bava della lumaca
si asciuga
sul taglio
di una latta esplosa
E,
dalla robinia in fiore
piovono petali
bianchi
come i denti delle orate.
Resta a chi abita il mio cuore. Resta ad Argo, il mio fantastico vecchio cane bianco, perché non mi debba lasciare presto.
Italia stracciona
Si stanno contando anche gli ultimi pezzi di carta, pure nei cestini, per trovare lo scarto necessario a dichiarare chi ha vinto. Per uno 0,1% l’Unione dovrebbe avere la maggioranza alla Camera, mentre al Senato l’avrebbe grazie ai voti degli Italiani residenti all’estero.
Al di là di chi avrebbe vinto, che tipo di Italia si è mostrata nel corso di queste elezioni? In queste ore si sono sprecate analisi di politologi, opinionisti, studiosi, per cercare di comprendere il fenomeno di questa “vittoria” risicata. Ma cerchiamo di alzare il velo sul voto di chi ha ridato fiducia a chi per cinque anni ha già governato. E’ possibile che, per esempio, gli Italiani residenti in Antartide, in Angola o nel Ciad, possano avere avuto le idee più chiare sulla nostra situazione non confermando lo schieramento di centro-destra, ma attribuendo una larga maggioranza a quello dell’opposizione? Come mai qui non sono bastati i processi, le leggi ad personam e gli scandali che hanno coinvolto i nostri governanti? Nemmeno il fatto che l’Italia si sia ridotta ad essere il fanale di coda dell’Europa ha convinto una grande parte del popolo Italiano?
Non occorrono molte analisi per comprendere ciò che “il nostro piccolo squalo”, Berlusconi, conosce bene e che ha contribuito a creare. Ecco buona parte degli Italiani brava gente: quelli che si lasciano comperare con quattro noccioline; quelli che se gli si consente il furtarello sono disposti a chiudere gli occhi sulla grande truffa; quelli che si sentono capitalisti con un buco di casa e quattro soldi in banca; quelli le cui parole d’ordine sono: chissenefrega, una mano lava l’altra, si fa tutto in famiglia, io mi sono fatto da me, arrangiati. “Il nostro piccolo squalo” conosce bene questa Italia, sa che spesso si vergogna persino di dire per chi vota, e sa che non sono gli ideali o una maggior giustizia a conquistare voti, ma la promessa di due tasse in meno e la minaccia “comunista” di tassare il “patrimonio”.
“Il nostro piccolo squalo” sa bene che qui l’illusione di quattro stracci in più non ha prezzo; ma per fortuna la metà più uno non la pensa come lui e lo riporterà nella sua tana.
Vota Sìlviolo
Questo è un pezzo tratto dallo spettacolo teatrale: "Vota Sìlviolo!", diventato anche titolo di un libro. Scritto da Nando dalla Chiesa racconta la politica di governo di Silvio Berlusconi e della sua maggioranza.
Ho visto approvare in Parlamento la legge sul falso in bilancio il giorno dopo l'11 settembre. Di corsa, “per onorare con il nostro lavoro” così ci venne detto “i morti di New York”.
Ho visto la commissione giustizia del Senato prolungare i suoi lavori dopo la mezzanotte per tre leggi in cinque anni: per il falso in bilancio, per la Cirami, per l'immunità delle più alte cariche dello Stato.
Ho visto aprire l'ultima legislatura con una legge ad personam, quella che abolisce l'imposta di successione sui patrimoni più grandi. E l'ho vista chiudere con una legge ad personam, quella che abolisce l'appellabilità delle sentenze di assoluzione.
Ho visto il Parlamento decidere quali magistrati possono o non possono restare in servizio, alzando e abbassando l'età pensionabile secondo le convenienze: fuori Borrelli dentro Carnevale.
Ho visto il Parlamento decidere quali magistrati possono dirigere gli uffici giudiziari più delicati. Insomma, ho visto il Parlamento scegliere i giudici.
Ho visto più di mezzo Senato applaudire in piedi l'appoggio alla guerra preventiva in Iraq.
Ho visto la standing ovation della maggioranza e i sorrisi di festa, in attesa dei bombardamenti dei giorni dopo.
Ho visto sbeffeggiare le senatrici che si battevano per le quote rosa. Le ho viste sommerse dagli sberleffi della maggioranza. Le ho sentite chiamare “vacca” e “gallina”.
Ho visto togliere ai giudici di pace la competenza sugli incidenti stradali più gravi. Lavoravano troppo velocemente creando problemi alle assicurazioni. Anche alla Mediolanum.
Ho visto portare nel Parlamento repubblicano una legge per equiparare le brigate nere di Salò ai combattenti delle forze armate e ai partigiani.
Ho visto violare il regolamento del Senato anche sei volte in due giorni. Ho visto violare la Costituzione in presenza della seconda autorità dello Stato. A volte invocando precedenti inesistenti. Altre volte senza precedenti.
Ho visto un parlamentare svenire a un passo dall'infarto per l'indignazione, di fronte al numero legale ottenuto più volte senza pudore. L'ho visto steso a terra, insultato e fischiato dagli avversari che lo accusavano di perdere tempo.
Ho visto censurare o bloccare negli uffici interrogazioni critiche verso il Governo o verso esponenti della maggioranza; ho visto funzionari solerti mutilare i diritti costituzionali dei parlamentari.
Ho visto rifare mezza Costituzione come niente, da personaggi senza storia. Per liberare da ogni controllo di garanzia e da ogni contrappeso il potere di chi vince le elezioni. Per mettere lo Stato ai piedi dell'uomo più ricco e potente del Paese.
Ho visto barattare pubblicamente in aula l'unità del Paese con gli interessi televisivi del Capo del Governo.
Ho visto un senatore votare per cinque, per dare alla sua maggioranza il numero legale.
Ho visto tollerare anche quindici voti di assenti per volta.
Ho visto stabilire il tempo massimo di un giorno per discutere in seconda votazione la riforma di mezza Costituzione.
Ho visto fischiare in un'aula parlamentare il Capo dello Stato mentre il Presidente del Senato leggeva il testo del rinvio alle Camere della legge di riforma dell'ordinamento giudiziario.
Ho visto scritto nella relazione ufficiale della Commissione antimafia che la mafia non porta voti, che il controllo del voto da parte di Cosa Nostra è "uno dei miti più a lungo e pervicacemente sostenuti".
Ho visto Giovanni Falcone commemorato sull'autostrada per Punta Raisi, località Cinisi, da un ministro che aveva sostenuto che dobbiamo convivere con la mafia.
Ho visto un ministro definire il carcere di Cagliari un albergo a cinque stelle pochi giorni prima che vi si uccidessero due detenuti.
Ho visto leggi importanti e sulle quali era stata annunciata una dura opposizione votate in Senato alla presenza di poche decine di esponenti della minoranza.
Ho visto decine di senatori dell'opposizione lavorare seriamente ed essere trattati dai loro elettori come incapaci o complici del Governo. Ho visto sospetti ingiusti. Ho visto fiducie ingiuste.
Ho visto uomini dello Stato oggetto di insolenze e di accuse sanguinose, grazie a un uso prepotente della immunità parlamentare.
Ho visto chiamare tutti i manifestanti di Genova violenti e terroristi e assicurare ufficialmente che nel carcere di Bolzaneto non ci furono violenze. Ho visto negare una commissione d'inchiesta su Genova per non interferire con il lavoro della magistratura.
Ho visto dimenticare questo principio per istituire la commissione Telekom Serbia.
Ho visto ridere in faccia alla richiesta di maternità o paternità assistite di persone non felici.
Ho visto un ministro alla testa di duecento ragazzi davanti al Senato. L'ho visto gridare, lui ministro della Repubblica italiana, "chi non salta italiano è".
Ho visto esibire i fazzoletti padani a un metro dal tricolore sulle bare nei funerali di Stato.
Ho visto prolungare la durata del Parlamento per uso personale. Per ottenere l'impunità in un processo, per prendere possesso per qualche settimana di tutte le televisioni.
Così ho visto sfregiare, nel mio Paese, il più grande simbolo della democrazia.
Nando dalla Chiesa
Ryszard Kapuściński
Sul marmo bianco la passiera è rossa, marmo per terra, sui muri, sulle scale, sui soffitti.
L’esposizione al primo piano, dice. Marmo anche in ascensore, acciaio inox i pulsanti.
Arrivo, due sale in marmo, le foto sono appese: “Dall’Africa” mostra fotografica di Ryszard Kapuściński.
Banca Carige, Via G. D’Annunzio 105 Genova. Fino al 7 aprile 2006.
L’Africa in banca.
Arancione, una conca sulla testa, una donna la tiene stretta con le mani, e poi sorride avvolta in un drappo viola e bianco.
Nella conca un ombrello rotto e carote.
“Chi ha paura della mosca tzetze, del cobra nero, degli elefanti, dei cannibali, di avvelenarsi con l’acqua dei fiumi e dei ruscelli, di mangiare un tortino di formiche arrosto; chi trema al solo pensiero dell’ameba e delle malattie veneree, o dell’idea di essere derubato o picchiato; chi mette da parte i dollari per farsi una casetta in patria, chi non sa dormire in una capanna africana e chi disprezza la gente di cui scrive non potrà mai fare il corrispondente”.
Lungo un muro tre uomini seduti, uno ripara un tacco, l’altro per terra distende una tovaglia, il terzo ha gli occhiali scuri e mi sorride. Ne vuoi? Nella mano tiene una bottiglia. Ho sete e bevo quel che resta.
“Ogni volta che mi sono trovato in Africa ho cercato l’esperienza unica del deserto. Tre volte ho attraversato il Sahara con gli abitanti del deserto, una volta con un gruppo di nomadi incontrati per puro caso. Non riuscimmo a trovare una lingua per capirci, ma restammo insieme lo stesso, non scambiavamo parole ma dividevamo l’esperienza dell’amicizia e della fratellanza. Ad un certo punto fui folgorato dalla sensazione che avessimo fratelli e sorelle dappertutto, ma che non riuscissimo a rendercene conto, fu un’impressione sublime”.
Bambini in fila, mani piccole stringono piccoli mitra in legno, le bocche serrate guardano di lato, aspettano ordini.
Una ragazza prende un fucile e spara, mi abbasso appena, la pallottola si conficca nel marmo della banca.
“Il terzo mondo non è un termine geografico, Asia, Africa, America Latina, e neanche razziale, i cosiddetti continenti di colore, ma un concetto esistenziale. Indica appunto la vita povera caratterizzata dalla stagnazione, dall’immobilismo strutturale, dalla tendenza alla regressione, dalla continua minaccia della rovina totale, da una diffusa mancanza di vie d’uscita. Sono tanti gli aspetti, le maschere, le forme, i buchi, i brandelli, le ruggini, i monconi, gli stracci e le toppe assunte dalla miseria.
Ryszard Kapuściński è nato a Pinsk, Polonia orientale, oggi Bielorussia, nel 1932. Dopo gli studi a Varsavia ha lavorato fino al 1981 come corrispondente estero dell'agenzia di stampa polacca PAP. Considerato uno dei più grandi reporter del XX secolo ha saputo raccontare, con grande sensibilità, la realtà di luoghi lontani e spesso dimenticati. Ha descritto rivolte e ribellioni in Ghana, Congo, Algeria, Salvador e Honduras, mosso da uno spirito che ben si riassume in una sua stessa frase: “Un corrispondente di guerra non può essere un cinico, deve avere la forte capacità di sacrificio e il senso di solidarietà”.
Stimante
-Volevo dirti…
-Dimmi
-Insomma è un po’ di tempo che…
-Dimmi dimmi
-Sì, sarebbe bello se…
-Dimmi
-Lo avrai capito…
-Dimmi dimmi
-Insomma non vorrei dirlo ma…
-Dimmi
-Sì, tu ed io, noi…
-Dimmi dimmi
-Noi si potrebbe…
-Dimmi
-Insomma è imbarazzante ma…
-Dimmi dimmi
-Sì, vorrei tanto che…
-Dimmi
-E’ difficile ammetterlo…
-Dimmi dimmi
-Ma tu proprio tu, ed io…
-Dimmi
-Insomma non so perché tu mi…
-Dimmi dimmi
-Ho provato a non pensarci ma…
-Dimmi
-Proprio non è possibile e…
-Dimmi dimmi
-Insomma io avrei voglia di...
-Dimmi…
-Sì, una voglia pazza di…
-Dimmi dimmi…
-Non sai quanto tu mi…
-Dimmi…
-Io non resisto…io…
-Dimmi dimmi…
-Dai ora qui così…io…io…io…
-Dimmi…lo sai quanto ti stimo
-Ah
Lo stimante stimato stimante stimola stilettate stillanti strilli stremati

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