Non rimuovere le esche
(continua dalla pagina precedente)
E’ solo una questione di disinvoltura, pensò, il vento freddo s’infilava dall’orlo rosso dei pantaloni in poliestere, su, fino alla pancia finta che lo riscaldava di un morbido tepore.
Camminava in fretta per non pensare; la strada era ancora occupata da molte persone che entravano ed uscivano dai negozi illuminati. Uomini e donne, i volti tesi da un perenne ritardo svuotava le loro guance di uno sbuffo d’aria, affossandole.
Li osservava e si sentiva un facchino fuori tempo, un ridicolo portapacchi vestito di rosso.
All’angolo di una strada, con la lista degli indirizzi in mano, stava leggendo il nome che avrebbe dovuto cercare. Alzò lo sguardo e vide un uomo sdraiato su una panchina. Le braccia incrociate con le mani infilate nel cappotto color ruggine, teneva la testa poggiata su un sacco di juta. Era senza calze ed un respiro profondo usciva dalla sua bocca semiaperta.
Foglie secche, alcune bottiglie di vino rotolavano alla base di quell’uomo addormentato, un grande albero dalla corteccia di carne viva.
Lui lo guardò e il foglio con gli indirizzi gli sfuggì di mano, scivolando via.
Interno 31, si ricordava soltanto questo.
Entrò in un portone qualunque, non prese l’ascensore ma salì le scale per scaldarsi. Al sesto piano il pallore del suo volto si trasformò in porpora, accompagnando senza fiato il colore della giacca.
Si fermò davanti ad una porta e suonò il campanello.
-Chi è? – disse una voce roca che si avvicinava trascinando il passo.
-Sono Babbo Natale- rispose lui con un’imbarazzata naturalezza.
-Chi?
-Sono Babbo Natale!
Ci fu un silenzio lunghissimo e già molte porte vicine si aprirono lievemente.
-Chi è?
-Signora sono Babbo Natale, ho un regalo per lei- rispose lui con la voce strozzata.
La porta si aprì quel tanto che la catenella tirata consentiva; un occhio lo guardò.
-A me non dà niente nessuno, cosa vuole regalarmi lei?
-Non so, - rispose lui dopo un attimo- io sono Babbo Natale e ho un regalo per lei.
La porta si chiuse e poi si aprì. Una donna curva ed anziana, ferma sulla soglia, con un gesto lo invitò ad entrare.
Si sedettero vicino ad un tavolo di legno scuro e la donna lo osservò silenziosa.
Il suo volto pareva scolpito nel cuoio, la pelle robusta e scura era segnata da rughe profonde, sentieri che si biforcavano e si ricongiungevano ad ogni bivio.
-Babbo Natale…- disse pensierosa -Fosse vero.
-Sì- sussurrò lui con tristezza.
La donna abbassò lo sguardo su quelle gambe nude e senza calze e lui d’impulso cercò di coprirle con le mani, quasi a colmare quel tratto di stoffa che mancava.
Lei lo guardò sorridendo leggermente.
-Ho un regalo per lei, -disse l’uomo all’improvviso, ad interrompere quel silenzio così denso, guardò nel sacco di juta e prese una scatola qualunque -cosa vorrebbe che fosse?
La donna allungò un dito fino a sfiorare quel pacco, chiuse gli occhi. Poi allontanò la mano in un gesto che pareva raccogliere l’aria.
-Nulla, - rispose sorridendo e con la mano si coprì immediatamente la bocca -nulla di possibile- aggiunse seria guardando la finestra.
L’uomo le porse il pacco e lei lentamente lo scartò.
-Ma è vuoto!- esclamò la donna con la scatola aperta in mano.
Prima che lui potesse dare voce ad una risposta, una brezza sottile, e poi più intensa, fino a diventare vento cominciò ad uscire da quella scatola colorata.
L’uomo si accasciò sulla sedia, senza parole, guardava quel fiume d’aria che sortiva dal nulla.
Il vortice sinuoso ed impalpabile si allungò, si attorcigliò sui mobili, lungo le tende, intorno alle sedie; e poi s’infilò sotto le porte, fin dietro gli oggetti più piccoli. Un serpente delicato, quel soffio contorto e potente s’insinuava ovunque lasciando ogni cosa al suo posto.
Poi la corrente d’aria avvolse la donna e la sua vestaglia cominciò a gonfiarsi, fino a diventare una grande palla di stoffa.
-Signora!- urlò finalmente l’uomo, con gli occhi larghi della paura –Signora!
Lentamente la donna cominciò a sollevarsi in aria.
-Signora, stia tranquilla!- aggiunse lui salendo sulla sedia -Ora la raggiungo e la riporto giù.
La donna galleggiava nella stanza e lui, in equilibrio su un piede, si tendeva il più possibile per raggiungere un lembo della vestaglia.
-Ma che fa!- esclamò lei all’improvviso – Mi lasci stare, è bellissimo qui!
Aveva raggiunto il soffitto e con le mani aperte si spostava da un capo all’altro di quel pavimento capovolto. Dall’alto i suoi piccoli mobili sembravano giocattoli sghimbesci, il lampadario rotto era un ragno dorato che le porgeva una zampa.
Rideva luminosa.
-Signora, si aggrappi all’armadio!- urlò lui –La prego, scenda!
La finestra semichiusa si spalancò di colpo e la donna raggiunse il davanzale. Il vento la spingeva fuori ma lei si strinse alle persiane. L’uomo era rimasto in piedi sulla sedia, lei si voltò ancora una volta verso di lui, mentre la sua vestaglia si allargava in enormi ali aperte. Guardò quello strano Babbo Natale, sembrò dirgli qualcosa, ma il vento la spinse fuori e lei, con un balzo, sparì oltre il tetto vicino.
Davanti alla porta di casa si voltò, un’occhiata raccolse in uno sguardo i ventitré metri quadrati del suo appartamento.
Era il 24 dicembre, un giorno di lavoro come un altro, pensò lui.
Chiuse gli occhi in un sospiro e col sacco di juta sulla spalla uscì.
24 Dicembre
Dunque… la barba c’è, la parrucca c’è, la pancia finta c’è, il vestito di panno rosso c’è, gli stivali neri… disse tra sé, mentre controllava gli indumenti raccolti in un sacco che l’agenzia gli aveva consegnato. Gli stivali dove sono?
Affondò le mani in quel gran ventre plastico e cercò la forma rigida di un tacco o di un gambale.
Gli stivali, hanno dimenticato gli stivali! Era senza fiato e l’orologio appeso alla parete indicava che a quell’ora ogni tentativo per raggiungere l’agenzia sarebbe stato inutile.
Con un calcio buttò il sacco di lato e quel morbido bozzolo si piegò adagiandosi contro il muro, la scritta in bianco “Carriera subito” era la collana di perle che adornava l’involucro del suo futuro lavoro.
Gli avevano offerto di fare il Babbo Natale: -Poi si vedrà,-gli avevano detto- all’inizio bisogna adattarsi- ma erano anni che si adattava e continuava a vivere in un'unica stanza di ventitré metri quadrati.
.
Mocassini, pensò, non ho altro che mocassini marrone chiaro, e mentre così rifletteva, stringeva gli occhi immaginandosi l’effetto del vestito.
Era tardi per preoccuparsi, e poi, chi avrebbe notato un paio di scarpe inadatte su un abito così famoso. Cominciò a svestirsi ed una sottile euforia rese i suoi gesti un po’ impacciati.
Babbo Natale… da bambino ci aveva creduto; lo aveva aspettato per anni; gli aveva perfino scritto fuori stagione.
Ventitré erano i metri quadrati dell’appartamento in cui abitava da anni; nemmeno un metro l’ora in un giorno. I quattro muri disegnavano un quadrato perfetto, appena animato da un armadio-cucina, una parete-bagno ed un divano-letto.
Non c’erano angoli acuti in quella casa e il suo sguardo scivolava da un muro all’altro senza fermarsi mai. Una girandola infinita di pareti sempre uguali stringeva il suo respiro in un cubo d’aria senza vita.
Era diventato un “imprenditore di se stesso”, come dicevano ogni volta che cominciava un lavoro nuovo; finalmente era autonomo, flessibile, libero, e già i primi capelli bianchi illuminavano l’onda scura della sua fronte preoccupata.
Babbo Natale…ma che lavoro è fare il Babbo Natale, pensò mentre allungava sul divano il vestito completo.
L’abito era ben confezionato, le cuciture resistenti, ma l’attitudine al risparmio, in nome di una bizzarra efficienza economica, aveva ridisegnato i pantaloni riducendone la lunghezza di venti centimetri. Avevano pensato che quel tessuto in abbondanza fosse uno spreco inutile, visto che si sarebbe nascosto all’interno degli stivali.
Rideva, e poi rideva ancora. Davanti allo specchio, vestito da Babbo Natale, incontrava finalmente il suo strano eroe. Guardò il suo volto riflesso e con la mano toccò quell’immagine dalla lunga barba. Era incantato, la fluente parrucca bianca diffondeva una luce dai bagliori di zucchero. Il suo sguardo si abbassò ed i mocassini risucchiarono la sua attenzione. Quel dettaglio, quelle brevi virgole marrone, incidevano la sua figura come una frase fuori luogo. Al di là dell’orlo dei pantaloni, quel vuoto, quel pezzo di gamba senza calze, esultava come una panciuta colonna rosa.
-Sono un mezzo Babbo Natale, - disse affranto- come faccio ad uscire vestito così.
Un sacco di juta era appoggiato alla porta di casa, all’interno c’erano alcuni pacchi che lui avrebbe dovuto consegnare per conto dell’agenzia.
L’uomo si accarezzò la barba finta; guardò le sue gambe rosa assottigliarsi nelle caviglie; guardò quel sacco di juta e poi quello di plastica vuoto. Si leggeva ancora, seminascosto tra le pieghe, il nome dell’agenzia “Carriera subito”.
Davanti alla porta di casa si voltò, un’occhiata raccolse in uno sguardo i ventitré metri quadrati del suo appartamento.
(continua)
I figli dell’Uranio
Negli spazi del Museo d’Arte Contemporanea, a Genova, è terminato un evento annunciato come un’anteprima mondiale, l’opera si intitola “I figli dell’Uranio”, un’esibizione di musica-teatro, performance ed installazione da un’idea di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, musicata da Andrea Liberovici.
Questo spettacolo multimediale ruota intorno ai 92 elementi della tavola periodica ed è animato da otto protagonisti (più colei che incarna Eva) ritenuti responsabili della creazione di circostanze che hanno portato alla fissione nucleare ed alle sue conseguenze.
Isaac Newton, fondatore della scienza moderna; Joseph Smith, fondatore della setta dei Mormoni che scavando per trovare l’oro trovò l’Uranio; Madame Curie, scienziata che scoprì la radioattività; Einstein, scienziato che formulò la teoria della relatività; Oppenheimer, fisico che portò alla costruzione della bomba atomica; Krushev, leader sovietico che intaccò il mito di Stalin; Gorbaciov, ultimo leader comunista che distese i rapporti tra Est ed Ovest; George W.Bush, attuale Presidente degli Stati Uniti.
Nelle loro stanze, arredate con oggetti, proiezioni alle pareti, in una contaminazione di arti diverse, gli otto protagonisti si raccontano, si confessano, e si accusano vicendevolmente, in mezzo ad un pubblico che occupando lo stesso spazio si sente dentro al dramma.
E tutto questo accadere di eventi, di ambienti stravaganti, di voci che cantano, di altre che parlano, di altre che urlano, di proiezioni aeree, di esplosioni, di muri che raccontano, accompagnati da una musica angosciante, dà subito l’impressione di essere al cospetto di un’opera che si definisce come contemporanea, di fronte alla quale, visto il nome celebrato di Greenaway, si sospende il giudizio e se ne emette uno solo: bello…!
Ma è davvero così bello ciò che ha realizzato e scritto Peter Greenaway?
Un’opera la si giudica in ogni sua parte, e poiché ogni dettaglio la rappresenta, questo sarà rivelatore di originalità vera o di banalità verniciata di apparenza.
Il testo di questo ambizioso progetto, curato dallo stesso Greenaway, non è certo un dettaglio ed è ad esso che mi rivolgo per trovare ciò che l’occhio non vede.
Il senso che se ne deduce ascoltando, per esempio, le parole che vengono date ai tre scienziati, ridotti a livello di tre idioti maniaci, è quello di risolvere e liquidare il problema di tutta la ricerca scientifica semplicemente come un gioco inutile e pericoloso; non diversamente vengono presentati anche gli altri, i tre Capi di Stato, ognuno dei quali non dovrebbe essere descritto come se fosse la personificazione solo di se stesso, e della sua pochezza, ma il prodotto storico e politico di interessi specifici. Dal testo, invece, emerge una cantilena di frasi liquidatorie ed ossessive che sembrano essere coraggiose e moderne, ma che in realtà sono qualunquismo vestito di eccentricità.
“È un mondo che sembra avere espulso ogni verità superiore -dice il regista Greenaway- dove l'unica certezza è la scienza, diventata però manipolazione. Che irresponsabilmente applicata all'Uranio, come abbiamo visto sessant'anni fa a Hiroshima e Nagasaki, è in grado di trascinare l'intera umanità all'autodistruzione. Per questo dobbiamo assumerci tutte le responsabilità che derivano dalla conoscenza”.
Parole sante Mr.Greenaway… quasi ovvie.
Venere o pomo?
“Perché una scultura che può fare una Venere non può fare un pomo?” era il 1945 e così scriveva lo scultore Arturo Martini riflettendo sull’identità dell’arte plastica. Il problema che Martini sollevava è legato al vincolo che la scultura ha avuto con la raffigurazione del corpo umano, legame che tende ad identificarla con la statuaria retorica e celebrativa.
“Che una scultura non sia un peso, ma una bilancia; che non sia un oggetto ma un’estensione; che serva solo a se stessa”.
Le parole di Arturo Martini indicano la via per giungere ad un’opera che non sia semplicemente un oggetto o una cosa, ma pensiero che si agglutina in materia, e che ritorna mente in chi ascolta la forma. Un’estensione che perdura in una dimensione altra.
Fondazione Arnaldo Pomodoro. Nel padiglione di un’antica fabbrica di turbine, ora ristrutturato, ha luogo in questi giorni l’interessante mostra “La scultura italiana del XX secolo”.
Una donna stringe il pianto di un bambino, nella mano il volto di una bocca aperta, di lacrime, di occhi serrati nella cera. E poi parole, parole mute, di carezze, di labbra, di un grido che non dice, tace, sorride.
Aetas aurea, 1886, cera, 50x48x35 cm. Medardo Rosso.
“Quello che più conta per me è di far dimenticare la materia. E’ certo che, per raggiungere questo scopo, Baudelaire non avrebbe immaginato né il bassorilievo, né l’altorilievo. Senza indicare una formula, avrebbe semplicemente detto all’artista: “Fammi vivere”.
Corpi contratti, avvolti annodati uno nudo, crocifisso di alghe rosse-gialle come dita, che affondano in onde di terra blu, quell’uomo inchiodato di spine, nudo galleggia tra le mani.
Via Crucis, 1947, ceramica riflessata, da 11,6 a 27 cm. Lucio Fontana.
“Noi pensiamo di svincolare l'arte dalla materia, di svincolare il senso dell'eterno dalla preoccupazione dell'immortale. E non ci interessa che un gesto, compiuto, viva un attimo o un millennio, perché siamo veramente convinti che, compiutolo, esso è eterno” (dal 1° Manifesto dello Spazialismo).
“Tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero, io ho costruito (...) Io buco, passa l'infinito di lì, passa la luce, non c'è bisogno di dipingere".
Nudo. Braccia non braccia, distese, ventre non ventre, curvo, è corpo di metallo senza corpo. Nudo. La luce si corica nel bronzo caldo e si spoglia per sempre.
Nudo, 1964, bronzo patinato, h.150 cm. Alberto Viani.
Una donna in pietra è piegata a terra dal 1934, cerca di bere l’acqua di un fiume che non c’è, è “La sete” di Arturo Martini.
Si alza. Poco lontano il “Cardinale” di Giacomo Manzù, curvo come un gancio, la vede e si copre gli occhi.
Venere o pomo? Lei si volta, lo guarda e se ne va.
Venere e pomo, ha inizio il mondo.
Alcune opere dalla mostra:
La scultura italiana del XX secolo
Fino al 22 gennaio 2006
Via Andrea Solari, 35
Milano
Volevo
Volevo parlare di arte, ma il Telegiornale mi rimanda parole deliranti e un volto da tonno, è Bush che finge di dire le ragioni per cui occorre rimanere in Iraq: “Una strategia per la vittoria chiara comincia dal capire chi è il nemico, chi sono i nemici della democrazia”.
Un nonsenso travestito di ragioni fittizie che probabilmente appartiene alla tattica in uso, la stessa su cui si fonda la formulazione del libercolo: “Strategia della vittoria in Iraq” in otto punti, ovvero i capisaldi strategici. Non è un videogioco scadente e nemmeno un fumetto, così come non lo è la faccia di cellophane e la voce querula di Berlusconi, versione vittima sacrificale, che appare subito dopo.
“Mai fatta una legge a mio beneficio” dice senza pudore, “se vince la sinistra è regime”.
Immagini e parole che rappresentano il sembiante della realtà, illustrazione bidimensionale e scontornata di un mondo che coincide con la caratteristica del mezzo.
Volevo parlare di scultura, ovvero della terza e quarta dimensione, volevo segnalare la mostra “Scultura italiana del XX secolo" che si tiene a Milano, alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, fino al 22 gennaio 2006.
Volevo, ma di fronte a questa realtà mostrata, che trasuda di ingiustizia, truffa e dittatura, mi sono chiesta quale senso poteva avere dire di un’arte che può essere bellezza sublime.
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E’ tardi ora, ma ciò che volevo lo vorrò di nuovo domani, cascasse il mondo.

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