Non rimuovere le esche
Ryszard Kapuściński
Sul marmo bianco la passiera è rossa, marmo per terra, sui muri, sulle scale, sui soffitti.
L’esposizione al primo piano, dice. Marmo anche in ascensore, acciaio inox i pulsanti.
Arrivo, due sale in marmo, le foto sono appese: “Dall’Africa” mostra fotografica di Ryszard Kapuściński.
Banca Carige, Via G. D’Annunzio 105 Genova. Fino al 7 aprile 2006.
L’Africa in banca.
Arancione, una conca sulla testa, una donna la tiene stretta con le mani, e poi sorride avvolta in un drappo viola e bianco.
Nella conca un ombrello rotto e carote.
“Chi ha paura della mosca tzetze, del cobra nero, degli elefanti, dei cannibali, di avvelenarsi con l’acqua dei fiumi e dei ruscelli, di mangiare un tortino di formiche arrosto; chi trema al solo pensiero dell’ameba e delle malattie veneree, o dell’idea di essere derubato o picchiato; chi mette da parte i dollari per farsi una casetta in patria, chi non sa dormire in una capanna africana e chi disprezza la gente di cui scrive non potrà mai fare il corrispondente”.
Lungo un muro tre uomini seduti, uno ripara un tacco, l’altro per terra distende una tovaglia, il terzo ha gli occhiali scuri e mi sorride. Ne vuoi? Nella mano tiene una bottiglia. Ho sete e bevo quel che resta.
“Ogni volta che mi sono trovato in Africa ho cercato l’esperienza unica del deserto. Tre volte ho attraversato il Sahara con gli abitanti del deserto, una volta con un gruppo di nomadi incontrati per puro caso. Non riuscimmo a trovare una lingua per capirci, ma restammo insieme lo stesso, non scambiavamo parole ma dividevamo l’esperienza dell’amicizia e della fratellanza. Ad un certo punto fui folgorato dalla sensazione che avessimo fratelli e sorelle dappertutto, ma che non riuscissimo a rendercene conto, fu un’impressione sublime”.
Bambini in fila, mani piccole stringono piccoli mitra in legno, le bocche serrate guardano di lato, aspettano ordini.
Una ragazza prende un fucile e spara, mi abbasso appena, la pallottola si conficca nel marmo della banca.
“Il terzo mondo non è un termine geografico, Asia, Africa, America Latina, e neanche razziale, i cosiddetti continenti di colore, ma un concetto esistenziale. Indica appunto la vita povera caratterizzata dalla stagnazione, dall’immobilismo strutturale, dalla tendenza alla regressione, dalla continua minaccia della rovina totale, da una diffusa mancanza di vie d’uscita. Sono tanti gli aspetti, le maschere, le forme, i buchi, i brandelli, le ruggini, i monconi, gli stracci e le toppe assunte dalla miseria.
Ryszard Kapuściński è nato a Pinsk, Polonia orientale, oggi Bielorussia, nel 1932. Dopo gli studi a Varsavia ha lavorato fino al 1981 come corrispondente estero dell'agenzia di stampa polacca PAP. Considerato uno dei più grandi reporter del XX secolo ha saputo raccontare, con grande sensibilità, la realtà di luoghi lontani e spesso dimenticati. Ha descritto rivolte e ribellioni in Ghana, Congo, Algeria, Salvador e Honduras, mosso da uno spirito che ben si riassume in una sua stessa frase: “Un corrispondente di guerra non può essere un cinico, deve avere la forte capacità di sacrificio e il senso di solidarietà”.
Stimante
-Volevo dirti…
-Dimmi
-Insomma è un po’ di tempo che…
-Dimmi dimmi
-Sì, sarebbe bello se…
-Dimmi
-Lo avrai capito…
-Dimmi dimmi
-Insomma non vorrei dirlo ma…
-Dimmi
-Sì, tu ed io, noi…
-Dimmi dimmi
-Noi si potrebbe…
-Dimmi
-Insomma è imbarazzante ma…
-Dimmi dimmi
-Sì, vorrei tanto che…
-Dimmi
-E’ difficile ammetterlo…
-Dimmi dimmi
-Ma tu proprio tu, ed io…
-Dimmi
-Insomma non so perché tu mi…
-Dimmi dimmi
-Ho provato a non pensarci ma…
-Dimmi
-Proprio non è possibile e…
-Dimmi dimmi
-Insomma io avrei voglia di...
-Dimmi…
-Sì, una voglia pazza di…
-Dimmi dimmi…
-Non sai quanto tu mi…
-Dimmi…
-Io non resisto…io…
-Dimmi dimmi…
-Dai ora qui così…io…io…io…
-Dimmi…lo sai quanto ti stimo
-Ah
Lo stimante stimato stimante stimola stilettate stillanti strilli stremati
W L’Italia
Domenica 12 marzo, alle ore 21,30, è andata in onda su Raitre la prima puntata della trasmissione “W L’Italia”, un nuovo ciclo di inchieste curate da Riccardo Iacona. Nella prima puntata si è parlato del problema delle case a Milano.
Il programma viene presentato, sul sito di Raitre, come: “Un racconto dal “basso” fatto di storie dove il boom dei prezzi delle case e la speculazione immobiliare si estende ormai dal centro storico alla periferia costringendo nuovi poveri, anziani, giovani disoccupati, famiglie monoreddito, a soluzioni di sopravvivenza drammatiche”. E già il termine “dal basso" muove un certo fastidio perché stabilisce una distanza tra chi fa il programma, e lo comunica ai suoi pari, e gli altri, il basso, di cui il servizio si incarica di parlare. E’ una sottigliezza, certo, che ha una certa importanza quando poi trova conferma.
L’inchiesta si occupa di alcune famiglie che abitano le case popolari, vengono seguite le vicende drammatiche di uno sfratto: cento poliziotti ed un intero caseggiato che si oppone alla sgombero di un appartamento. La famiglia D’Argento viene costretta con la forza ad uscire da una casa, che aveva abitato da due generazioni, e che ora deve lasciare per inadempienze burocratiche. L’inferno del problema casa è solo all’inizio perché a Milano non ci sono case popolari sufficienti, 36000 sono le richieste a fronte di 1000 case disponibili all’anno. I prezzi degli affitti sono impossibili per normali stipendi, ci sono famiglie che in 25 metri vivono in quattro pagando 700 euro a Sesto San Giovanni (in periferia). E mentre gli anziani e gli indigenti vengono sfrattati, e le loro abitazioni messe a frutto a maggior prezzo, per loro non ci sono case o, se ci sono, distano settanta chilometri da dove hanno sempre abitato.
Il centro di Milano si sta trasformando in una zona per finanzieri e liberi professionisti con appartamenti da 25.000 euro al metro quadrato. Oasi che si possono scorgere dall’alto, con un elicottero, sorvolando terrazze e piscine circondate da giardini esclusivi. Ma c’è chi passa le notti dormendo in macchina in attesa, o è ospitato, per qualche tempo, presso la “Casa della Carità” un istituto per senza tetto.
Come in molti ci siamo accorti lo stipendio medio non è più sufficiente nemmeno a sopravvivere, chi non riesce a pagare un affitto, quindi, non è solo il disoccupato, ha un lavoro come operaio, commessa, dipendente statale, ecc. oppure è pensionato; una larga fascia di persone, quindi, si arrangia come non dovrebbe in un paese che si dice democratico e civile.
Dopo avere attraversato l’inferno, che l’inchiesta inquadra molto bene, penetrando in appartamenti di 40 metri, senza bagno ed inabitabili, per cui si chiedono 250 euro al mese in periferia. Dopo avere fatto la coda per sapere che all’ufficio “Emergenza Casa” ci sono graduatorie di 10 anni di attesa anche per nonnine centenarie. Dopo avere visto che la famiglia D’Argento, a cui si era promessa una nuova abitazione popolare, che non è arrivata, ha occupato un appartamento vuoto. Dopo tutto questo non ci basta che, per un solo secondo, venga sfiorato il fatto gravissimo dei contributi statali, destinati a chi non può pagare un affitto, tagliati per due terzi. Così come non ci basta vedere le miserie di un paese stretto nelle pieghe della burocrazia e piegato da leggi imbecilli. Vogliamo che quella telecamera non si eserciti solo con il “basso” che molti di noi conoscono benissimo, ma anche con l’alto, con i responsabili, con gli inadempienti, con i collusi, con gli amministratori di un potere piuttosto sfuggente. Ed ecco che quella distanza, che nella presentazione sembrava una sottigliezza, quel “basso” ora appare con tutto il suo significato: l’inchiesta sembra parlare di realtà perché ne ha l’apparenza, ma la sostanza, quella che conta, quella da cui dipende, il chi ed il come, questa è una realtà troppo rischiosa da inquadrare, molto più di chi dorme per strada, che è sempre l’altro.
Beautiful losers
L’amore è un fuoco
che tutti arde
e tutti sfigura
è la scusa del mondo
per la sua bruttezza.
Queste sono parole di Leonard Cohen, autore del romanzo Beautiful Losers che è anche il titolo dato ad una mostra in corso presso la Triennale di Milano: Beautiful losers, contemporary art and street culture.
Beautiful losers, tradotto come “la bellezza dei perdenti”, mette in mostra la creazione artistica dell’aerosol culture e di quelli che emarginati dal sistema, dal 1970 ad oggi, si sono espressi sulle strade delle città statunitensi, e non solo, attraverso il graffitismo, la produzione di video e foto. Spiega Aron Rose, curatore della mostra :”C’è chi viene dalla musica, chi dallo skateboard o dal surf, ma tutti hanno in comune la ribellione contro l’omologazione che ti dice cosa devi fare, come ti devi vestire, cosa devi comprare”.
Inizialmente gli attributi estetici dell’espressione artistica legata al writing sono stati meno importanti del gesto, l’imbrattamento è infatti un reato ed i writer, scrivendo i loro nomi ovunque, manifestarono il loro dissenso affermando, soprattutto, il diritto ad una esistenza. Solo in un secondo momento la ricerca di uno stile ha differenziato la qualità di alcuni di loro.
Phil Frost, un artista molto considerato, chiarisce meglio un aspetto importante della street art: “Il mio lavoro non possiede messaggi socio-politici, almeno non è pensato così”.
Ecco il motivo per cui, alcuni dei nipoti di Warhol ed Haring, i più furbi, sono oggi diventati oggetto di business.
L’attenzione dei media e delle gallerie d’arte, la fine del movimento che si esprimeva sui vagoni delle metropolitane, ha trasformato e diffuso la banalità e la ripetizione di ciò che fino agli anni ‘90 possedeva ancora un certa forza inventiva e che in mostra non è presentato. Mi riferisco, ad esempio, alle straordinarie capacità di alcuni writer “storici”, uno tra tutti: Phase 2.
Oggi si chiude un occhio sul fatto che questi “ragazzacci di strada” hanno “imbrattato” muri e treni, poiché proprio questo sfogo ha evitato ben altri costi, ovvero una critica davvero rischiosa per un sistema che emargina, e che ora, riconoscente, premia alcuni di loro.
Ma torniamo ad una descrizione che ne dà il Corriere della Sera in un articolo scritto da Gianni Mercurio: “E’ la risposta alla povertà, il sogno di tutti di diventare ricchi e famosi legalmente, divenire ballerini, star del basket, graffitisti. Qualcuno ci riesce: agli inizi degli anni ‘80 Keith Haring e Jean-Michel Basquiat sono già un mito”.
Queste parole, che hanno il fine di tranquillizzare l’animo dei benpensanti, hanno anche il merito di chiarire meglio il valore di una corrente artistica che è diventata soprattutto utile al sistema, ma che nulla ha più del senso e delle sperimentazioni fatte quando non era celebrata.
La bellezza dei perdenti assume, perciò, una definizione violenta, di potere che lusinga, depotenziando la facoltà critica.
Beautiful losers, contemporary art and street culture... un quadro del Beato Angelico è più rivoluzionario.

Aitan
Alderano
Altreconomia
Andyviolet
Arcoiris
Azioneparallela
Beppe Grillo
Carmilla
Cassiacafè
Catena di Sanlibero
Colti sbagli
Currenti Calamo
Daniele Luttazzi
Derrida blog
Dhalgren
Diamonds
Diheresy
Effe
Elisnelpaese
Elos
Falso idillio
Finearts
Genova bloggers
Gilgamesh
Giuseppe Genna
Il titolo non c'è
Kreshatik
Loredana Lipperini
LucaConfusione
Macchianera
Madeinfranca
Malvino
Mangino
Materiali resistenti
Minimo Karma
Napoli bloggers
Narrando
Nella colonia penale
Personalitaconfusa
Placida signora
Riccardo Orioles
Sacripante
Sacripante blog
Sacripenta
Spleenbug
Teo
Tez
Trafficantedecannelloni
Unsu
Vibrisse
VUE
Zop
oggi
aprile 2008
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
amen
ca s pita
conferite conferenze
fenomenologia amorosa
galleggiamenti
m arte
mim etica
ricognizioni
sacco saccheggio
trasmissioni
visitato *loading* volte
Scrivimi: bleusouris
