Deratizzazione in corso

Non rimuovere le esche

26/07/2006

Tempo moderno

 

 

 

E’ difficile in un momento come questo scrivere con tranquillità di una mostra d’arte; ancora guerra, ancora morte, ancora dolore, ed una forma artistica, a cui ci si dedica o che si esibisce, sembra appartenere ad un momento di svago, una parola muta che non ha senso.

In queste occasioni, in cui la realtà esige da parte di tutti un impegno morale per un futuro diverso, si ripropone il problema della posizione di chi fa arte: Matisse o Picasso?

Una ricerca estetica al di là della contingenza, per un tempo senza tempo, o nella storia, nell’oggi, nella rappresentazione di un corpo dilaniato?

 

“Tempo Moderno. Da Van Gogh a Warhol. Lavoro, macchine e automazione nelle Arti del Novecento”  è il titolo di una mostra, ancora in corso a Genova, per la cui qualità vale la pena nominare il curatore: Germano Celant e i collaboratori: Anna Costantini e Peppino Ortoleva.

L’esposizione, che ha luogo nelle sale di Palazzo Ducale, non soltanto sviluppa il tema cruciale del lavoro presentando opere appartenenti a diverse epoche, ma nell’affrontare questo argomento si propone attraverso un’impostazione particolare, una lettura per nuclei tematici. Questa interpretazione, che si svolge mediante una comparazione tra opere appartenenti alla tradizione storica e quelle legate alla contemporaneità, mostra del tempo un andamento non lineare, non cronologico, in cui passato e presente sussistono e le coordinate temporali del disagio, della fatica, della povertà diventano coordinate spaziali, luoghi diversi dove si ripresentano, oggi come ieri, gli stessi problemi. Si tratta di una scelta politica precisa che non soltanto svolge un tema interpretandolo, ma che proprio dall’accostamento di opere, appartenenti a modi e tempi diversi, priva alcune di esse di quell’aura che le stesse avrebbero in un altro contesto.

“Abbasso l’arte come rattoppo colorato sull’esistenza insulsa dei benestanti. E’ tempo che l’arte confluisca in maniera organizzata nella vita. Abbasso l’arte come fuga da una vita indegna di essere vissuta” (Aleksandr  Rodčenko, Mosca, anni venti).

 

Per il tema del lavoro contadino, Vincent Van Gogh, 1885,  con il quadro “Coppia al lavoro nei campi” viene mostrato a fianco di Walker Evans, 1936, con le fotografie che documentano lo squallore e la povertà delle famiglie di contadini nel Midwest americano. E poi Natalia Gončarova, 1907, con due quadri che testimoniano una visione idilliaca del lavoro dei campi, e a fianco uno schermo dove scorre un film del cinema italiano Neorealista degli anni Cinquanta: Riso amaro. Poco distante una video-installazione  di Tony Oursler, 1994, in cui un manichino riceve il volto da una proiezione video, ed un sonoro manifesta le affermazioni del test MMPI usato in psichiatria per diagnosticare disagi psichici.

Con la stessa logica si affrontano i temi dell’urbanizzazione, dei lavoratori e delle lotte di operai e studenti, dello sfruttamento dei bambini, dei diversi mestieri, dell’automazione, e del lavoro del presente e della sua smaterializzazione.

Il lavoro di ieri ed il capitalismo della globalizzazione, il quadro di oggi che non è opera ma somma di inquietudini contemporanee che esprimono esasperata concorrenza per la qualità, insieme a precarietà, incertezza, flessibilità, frammentazione e perdita di potere conflittuale e contrattuale. Differenze rispetto ai problemi di un tempo, che ora riguardano altri luoghi dove si esporta ciò che qui non si esegue più, e la constatazione dell’inconsistenza di quella tesi che nello sviluppo tecnologico lasciava prevedere una liberazione progressiva di tutti gli uomini da un’occupazione così pressante per la propria sopravvivenza.

 

L’ultima opera che conclude il percorso espositivo è l’installazione video di Pavel Mrkus, 2001, in cui un robot PW20/LW, utilizzato per la verniciatura della carrozzeria delle auto, si muove al ritmo del canto di tradizionali sutra buddisti.  Questa scelta di un finale emozionante sembra dare apertura ad un futuro auspicabile, quasi salvifico, invitando per un attimo ad una lettura del tempo interpretabile come rettilineo-finalistico. Ma è solo un’apparenza che ambiguamente si lega ad un’altra opera di inizio mostra, Nam June Paik, 1985, con il corpo del baby-robot composto da tredici monitor che proiettano immagini televisive montate a loop, dove si rivela un’umanità che accetta passivamente e quasi giocosamente una tecnologia che invade.

Il tempo quindi appare essere concepito come circolare e non più rettilineo, infine né l’uno né l’altro.

 

 

 

Tempo Moderno

 

 

Fino al 30 luglio

 

Palazzo Ducale

 

Piazza Matteotti 9

 

Genova

 

 

 

Postato da: bleusouris a 00:18 | link | commenti (8)
m arte

10/07/2006

Simona

 

 

 

Era già lì che mi aspettava, vestita di bianco con la sigaretta in bocca e gli occhi che cercavano.

Ciao Simona.

Sono in ritardo come sempre, da quando uso lo scooter per fare prima l’ultimo minuto è quello che non raggiungo mai.

Come stai.

Lei è seduta al tavolo del nostro bar, quello sull’Aurelia poco prima di Nervi, mi avvicino e le sfioro la spalla.

Dimmi di te.

Qualche giorno fa mi aveva chiamato dicendomi che voleva parlarmi, era confusa e aveva chiuso la telefonata con quell’appuntamento.

-Come stai?- mi chiede con la sigaretta spenta in mano.

-Dimmi di te- mi domanda poi sospirando mentre ne cerca un’altra nella borsa.

 Pronuncio qualche frase mi interrompe.

-Devo parlarti- si accende un’altra sigaretta.

Ordiniamo due aperitivi  e poi lei si avvicina con la sedia.

-Lo sai quella sera.

-Sì mi ricordo.

-Ho incontrato una persona- il suo polso un po’ trema, il fumo della sigaretta sembra fremere per poi dissolversi in larghe onde.

-Qualcuno a cui non avrei mai pensato prima.

Dal piatto della focaccia ne sollevo un pezzo con lo stecchino e dall’altra parte infilzo un’oliva.

-So che sto sbagliando- mi dice posando il suo sguardo nel mio, e poi lontano.

Era quell’ago di legno ad unirli, quella semplice scheggia appuntita che si conficcava nel loro corpo.

-Dario non lo sa...- aggiunge lei abbassando gli occhi sulla borsa, e cerca nuovamente qualcosa a giustificare quel pudore.

Ma tu come stai.

Chi sarebbe diventato il sapore dell’altro, chi sarebbe finito in pezzi.

-Ma tu come stai?- mi chiede guardando la strada con la sigaretta spenta tra le dita.

Le mani unte di  focaccia allungo le dita sul tavolo, e poi le sposto a tracciare un sentiero che mi unisce a lei. Vicino al suo bicchiere lascio cadere il mazzo di chiavi di casa di mia.

-Se hai bisogno, vieni. 

Si morde appena un labbro e mi indica l’ultima oliva e il pezzo di focaccia.

Li strappo dalla loro cicatrice lasciando allo stecchino la fòrmica unta di un cielo stellato di impronte.

 

Postato da: bleusouris a 20:07 | link | commenti (10)
ricognizioni

03/07/2006

Indifferente

 

 

-Ti amerei

-Ah

-Ti vedrei

-Ah

-Ti vorrei

-Ah

-Se tu insistessi

-Ah

-E insisti…

-Ah…

-E insisti

-Ah

-E insisti!

-Ah!

-E insistiiiiii!

-Ahiaaaaaa!

-Ooooooooh!

 

 

 

Nell’indifferente l’insistenza è la prima a non sortire, l’inesistenza è l’ultima a non morire

 

Postato da: bleusouris a 10:24 | link | commenti (8)
fenomenologia amorosa

 
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