Non rimuovere le esche
E gli ultimi saranno i primi
Secondo gli ultimi studi il maschio che si accoppia per ultimo ha una probabilità maggiore, di quelli che lo hanno preceduto, di essere il padre della prole. Lo dimostra una ricerca effettuata in prevalenza su svariate specie di insetti e condotta da biologi dell’Università di Exeter , pubblicata sull’ultimo numero del Journal of Experimental Biology. Gli interessanti risultati varrebbero anche per altre specie promiscue come
– fra i mammiferi – molti roditori e primati.
La ragione di questo risiederebbe nel fatto che il percorso che gli spermatozoi devono compiere avviene in un ambiente estremamente ostile, caratterizzato da un pH acido, e dalla presenza di cellule del sistema immunitario della femmina che distruggono gli spermatozoi: nei mammiferi meno dello 0,001 per cento di essi arriva in prossimità del proprio bersaglio. Il fluido seminale ha in effetti la capacità di mitigare questo ambiente inospitale, ma a prezzo di perdite immani; per questo, secondo i ricercatori, gli spermatozoi del secondo venuto riescono a giungere a destinazione in maggior numero e con minore dispendio energetico. Il vantaggio sarebbe inoltre tanto maggiore quanto minore è il tempo che intercorre fra i due accoppiamenti.
Gli studiosi si esprimono definendo questa una singolare forma di parassitismo di un maschio rispetto ad un altro maschio. (da Le Scienze)
Ne deriva che i vituperati rapporti promiscui dichiarati come orge, se coinvolgono alcune persone contemporaneamente e nello stesso momento, in realtà rappresenterebbero una naturale forma di fecondazione assistita, impreziosita da un benefico sollazzo per i convenuti.
La scienza benedice... e la Chiesa paladina dei rapporti naturali?
Tutto questo per dire che a Genova, fino al 7 novembre, ha luogo il Festival della Scienza
Jean Michel Basquiat
“Già da quando avevo 17 anni ero convinto che sarei diventato famoso. Pensavo a tutti i miei miti: Charlie Parker, Jimi Hendrix...Avevo una curiosità romantica di sapere come la gente ce l’aveva fatta”
Erano gli anni Ottanta e queste parole le pronunciava Basquiat, definito come il “Picasso nero”, il pittore prodigio della New York bene, che all’età di 28 anni morì per overdose.
“Morto come Vincent Van Gogh, come Pollock”, la critica e soprattutto i mercanti, i galleristi, i collezionisti e tutta la catena di affari legata al fenomeno arte-investimento non ha lesinato paragoni, ascendenze, fino a farne un mito, pur di avvalorare un talento nascente che avrebbe necessitato di tempo per trovare eventuali conferme.
Di pelle nera, scappato da casa giovanissimo, Basquiat aveva in sé il desiderio di riscatto e la voglia di arrivare al successo, la stessa che incarna il mito americano.
“Nella New York degli anni Ottanta Basquiat e Haring rappresentano il rifiuto del sistema e il ritorno ad una matrice infantile”, così scrive il Corriere della Sera, in una pagina dedicata al pittore, dando una involontaria misura di cosa si vuole intendere oggi per “rifiuto del sistema”, il fatto, ad esempio, che Basquiat oramai famoso indossasse Armani, e non si curasse di cambiare l’abito imbrattandolo di vernice.
Picasso, Dubuffet, De Kooning, Twombly questi sono gli autori che si sono voluti trovare nelle forme di Basquiat, in quel gesto pittorico definito come primitivo, selvaggio, che in realtà non nascondeva il fatto non avere nessuna preparazione, ma che certo mostrava comunque capacità.
“Sono davvero invidioso. E’ più veloce di me” con queste parole Warhol, diventato poi suo amico, commenta lo stile di Basquiat mettendo a fuoco una delle esigenze del mercato artistico di oggi: produrre velocemente per poi essere velocemente venduti.
Le sue opere venivano spesso smerciate non ancora terminate, e il guadagno, che si moltiplicava passando di mano in mano, non giungeva a lui se non in piccola parte.
Erano anni in cui il mercato dell’arte era in piena ascesa e anche l’arte contemporanea era diventata una forma di investimento, come titoli ed azioni, e in questo lucroso affare furono proprio alcuni galleristi gli abili creatori di nuovi “fenomeni nascenti”.
Nel 1988 Basquiat morì di overdose, pagando di persona il prezzo di un sistema economico che produce velocemente celebrità e così consuma.
Chrysler è l’azienda automobilistica che sponsorizza questa mostra, ancora in corso presso la Triennale di Milano. Lungo il percorso in cui sono esposti i quadri, sono evidenti i manifesti pubblicitari in cui l’azienda magnifica anche la propria creatività definita “mai scontata”, non esitando a paragonare il suo “stile non convenzionale” a quello del pittore in oggetto.
Una stretta allo stomaco e nell’elegante colore nero di quei cartelloni il macabro pranzo di avvoltoi... anche la pelle dei morti ha un suo mercato, non convenzionale.
Fino al 28 gennaio 2007
Presso la Triennale di Milano
Viale Alemagna 6

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